zia Lizzò ~ la leonessa sul comò (lisachanoando) wrote in dietrolequinte,
zia Lizzò ~ la leonessa sul comò
lisachanoando
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Fic: Lo Strappo Dopo Il Cerotto

Titolo: Lo Strappo Dopo Il Cerotto
Autrice: lisachanoando (lizonair)
Beta: Nessuno \o\
Capitolo: 1/1.
Riassunto: Davide e Mario sono intrappolati in una relazione composta integralmente di non detti. Sembra senza scampo, finché Mario non fa qualcosa di irreparabile.
Fandom: RPF Calcio
Personaggi/Pairing: Davide Santon/Mario Balotelli.
Generi: Introspettivo.
Rating: NC-17.
Avvertimenti: Slash, Lime, Angst, OFC.
Wordcount: 2926.
Note: Non è Notte Bianca se non scrivo Santonelli, e in questo caso non potevo assolutamente esimermi visto che si trattava della Notte Bianca #18, la Notte Bianca della maggiore età :D E quindi ho pensato bene di sfruttare il saggio prompt del saggio mrbalkanophile ("Diciotto) e scrivere della maggiore età di Dade. Scrivere angst sulla maggiore età di Dade, precisamete. Non mi volete tutti un po' più bene per questo? *sospira*

LO STRAPPO DOPO IL CEROTTO

Continua a pensare che avrebbe dovuto immaginarlo, avrebbe dovuto aspettarselo. Mentre trema di rabbia e fissa la ragazza seminuda seduta sul letto, ripensa ai giorni che sono passati uno dopo l’altro negli ultimi mesi e si dice: sono stato un idiota. Avrei dovuto saperlo.
Avrebbe dovuto saperlo.
- Il tuo amico mi aveva detto che saresti arrivato intorno alle nove, - sorride la ragazza. È bionda e bellissima, bellissima nel modo un po’ finto in cui sono bellissime tutte le donne di cui Mario si circonda. Sono tutte diverse, cambiano i loro colori, le loro forme, la lunghezza dei loro capelli, c’è sempre qualcosa di distinto nel loro sorriso, qualcosa che permette a Davide di riconoscerle, di distinguerle l’una dall’altra anche quando si avvicendano al fianco di Mario veloci come un ventaglio che mostra una faccia diversa ogni volta che viene agitato, ma di base si assomigliano tutte, sono tutte lo stesso tipo di donna, la stessa donna con facce diverse.
- Sono in ritardo? – chiede. È stupito dal suono della propria voce. Sembra un bambino, ed è troppo calmo.
Lei ridacchia, accavallando le lunghe gambe. I collant sottilissimi e trasparenti le fanno luccicare nella luce biancastra della stanza.
- Un po’ , - dice lei, - Ma non importa. È il tuo compleanno, vero?
Davide deglutisce, stringendo i pugni lungo i fianchi.
Annuisce lentamente, senza emettere un fiato.
La ragazza ride ancora, alzandosi in piedi e sbottonando la camicetta trasparente.
- Allora tanti auguri.

Mario si allontana di scatto, serrando le labbra. Davide geme e gli viene da piangere al pensiero di non poterlo più baciare. “Aspetta,” mugola disperato, stringendo le mani attorno alla sua maglietta, “Aspetta, non te ne andare.”
“Dade, che cazzo,” la voce di Mario è profonda e affaticata. Stringe le dita forti attorno ai polsi di Davide e la pelle di Davide formicola al contatto. Stringimi, stringimi, stringimi, pensa. Più forte. “Ho detto no.”
“Dici sempre no,” piagnucola Davide, cercando di premersi contro di lui.
Mario gli lascia andare i polsi solo per chiudere le dita attorno ai suoi fianchi e tenerlo a distanza. “Smettila,” dice, “Questa cosa non può continuare. Credevo che tu fossi quello maturo fra noi due.”
“E io credevo che tu fossi quello immaturo,” ribatte Davide, allacciandogli le braccia attorno al collo e premendo le labbra contro le sue. Come sempre, Mario si scioglie. Schiude le labbra, lo bacia con forza, la lingua che insegue la sua nel calore umido della sua bocca. Non c’è niente che Davide ami più di questo. Più dell’ondata imperiosa di fuoco che lo stravolge ogni volta che, nonostante le ritrosie, volta dopo volta, Mario si abbandona.
“Non te ne frega niente di quello che voglio,” gli sussurra Mario sulle labbra. Suona così triste. Davide lo odia. Quando fa così, davvero lo odia.
“So che vuoi me,” insiste Davide, strofinando la punta del naso contro la sua, “Ti prego. Smettila. Toccami.”
Mario deglutisce. Davide sente il suo pomo d’Adamo sollevarsi ed abbassarsi in un movimento lento sotto le dita.
“Mi fai impazzire,” dice Mario. È la sua resa, mentre scivola con le mani sotto i suoi vestiti.


- Scusa, - dice. La ragazza lo fissa un po’ stupita, le labbra arricciate in un cuore piccolissimo e perfetto. – Non scoperemo, stasera.
Lei si siede, il tessuto morbido della camicetta le scivola addosso, lasciandole scoperta una spalla.
- Wow, - dice, - Non me l’aveva mai detto nessuno.
Scoppiano a ridere insieme, divertiti dall’assurdità della situazione. Lei piega il capo e la cascata dei suoi capelli biondi le scivola addosso, coprendole il collo, la spalla, il braccio. È davvero bellissima. E sa come muoversi. È un prodotto perfetto e Davide si sente come se Mario fosse tornato dallo shopping portandogli come regalo una perfetta imitazione di un cucciolo di labrador invece di un cucciolo vero.
- Ti va di parlarne? – chiede lei.
Davide si avvicina al letto e si siede al suo fianco, sospirando pesantemente.
- Non so nemmeno come ti chiami. – dice.
- Questo problema si risolve facilmente. – ribatte lei, sorridendo sicura.
Questo sì, pensa Davide, ma gli altri?

La prima volta succede così all’improvviso e in modo così confuso che Davide non è neanche sicuro sia successo davvero. Mario sa di alcool ed è completamente sfatto. Sudato e confuso, profuma di donna in mille modi diversi, ma cerca il suo corpo sotto le lenzuola, e Davide, anche se ha paura, anche se non è sicuro, anche se si sente paralizzato, lo asseconda.
È entrato in camera pochi minuti fa senza accendere la luce. Davide non sa che ore sono, ma sa che è tardi, lo sa per istinto, così come per istinto sa che stanno facendo una cosa pericolosa, una cosa che non dovrebbero fare – una cosa che finirà per ritorcersi loro contro.
Fra lui e Mario le cose sono confuse da un po’. Da quando hanno cominciato a dividere la stanza. Le occhiate nel buio, le chiacchierate a bassa voce quando nessuno può sentirli. Da qualche mese Mario ha cominciato ad infilarsi nel suo letto. Senza fare niente, solo sdraiandosi al suo fianco. Per parlare. Poi, progressivamente, parlare è diventato parlare di sesso, e se all’inizio Davide poteva illudersi si trattasse solo di normali confidenze fra ragazzi, quando il tono di Mario ha cominciato a cambiare, quando le cose che diceva hanno smesso di essere racconti e sono diventate fantasie e poi vaghe richieste tenute a stento sotto silenzio, espresse in maniera indiretta per paura di scoprirsi troppo, anche Davide ha capito che si stavano avvicinando, quasi senza accorgersene, al ciglio di un burrone.
Ora Davide si sporge e guarda in faccia l’abisso mentre Mario gli infila le mani sotto il pigiama e lo tocca ovunque, le labbra affamate che percorrono una linea umida lungo il suo collo.
“Mario,” geme inarcando la schiena quando lui gli strofina il palmo contro l’uccello attraverso i pantaloni.
“Non mi fermare,” risponde lui, la voce impastata, gli occhi chiusi, “Lo so che lo vuoi anche tu. Non lo vuoi anche tu? Cazzo, ci stiamo girando intorno da mesi. Non ce la faccio più. Dade, ti prego. Dade. Dade, ti amo.”
A Davide si apre una voragine nel petto. Il cuore gli batte così forte che può quasi sentire la cassa toracica scricchiolare.
Mario è ubriaco, chiaramente non ha idea di cosa sta dicendo. Ma gli dà i brividi e quello che dice suona benissimo. Davide chiude gli occhi e si lascia andare quando sente i pantaloni scivolargli lungo le gambe.


- Quando l’hai capito? – chiede la ragazza. Si chiama Susanna e di giorno studia ingegneria gestionale al Politecnico. Non è di Milano. Ma questo non lo stupisce. Nessuno è mai veramente di Milano. Davide vive qui da un anno e non ha ancora incontrato neanche un milanese.
Scrolla le spalle, lanciando un’occhiata un po’ stanca al soffitto.
- Credo di averlo sempre saputo, - dice, - Ma in realtà non importa. Non era mai stata una cosa rilevante nella mia vita, prima d’ora.
- E adesso, invece…
- Adesso è diverso. – Davide si passa una mano fra i capelli, guardando altrove.
Susanna sorride.
- E questo, invece, quando l’hai capito?
Davide la guarda, mordendosi un labbro.
- Quando mi ha messo le mani addosso per la prima volta.
Lei si avvicina appena.
- E non vuoi dirmi chi è.
Davide scuote il capo, restando in silenzio.
- Lo sai che così farò due più due e darò per scontato di conoscerlo già?
Davide scrolla ancora le spalle, e non dice una parola.
Non fa differenza, la risposta è la stessa.

Il giorno dopo Mario è arrabbiato, con lui e con se stesso. Fugge il suo sguardo, ed è questa la cosa che fa più male. Davide sa che, anche se non glielo dice, anche se non glielo direbbe mai, Mario è convinto che la colpa sia sua. Lo sa per istinto, come una lezione imparata a memoria alle medie le cui reminiscenze continuano a tornare quando affronta di nuovo l’argomento al liceo.
(Se ci pensa può ancora sentire la sua mano nel buio. Come si chiamava? Roberto? Riccardo? Aveva diciassette anni, Davide poteva averne dodici, tredici al massimo. Nell’istituto in cui frequentava le medie c’era anche il liceo, gli studenti non dovevano frequentare gli stessi bagni, tanto più che le classi si trovavano in due edifici diversi, ma lui era venuto. Era venuto per lui. “Toccami,” gli aveva detto, prima di infilargli una mano nei pantaloni. E poi “se lo dici a qualcuno ti ammazzo. Dirò a tutti che sei stato tu a provocarmi. Ti ammazzo.”
Davide ricorda di avere guardato per almeno dieci minuti interi la traccia biancastra trasparente del suo orgasmo sulle dita. Poi aveva trovato una spugnetta metallica sotto uno dei lavandini. Si era lavato strappandosi la pelle di dosso.)
Mario è arrabbiato con se stesso per aver ceduto, per aver scoperto una parte di sé che non sospettava nemmeno esistesse. È arrabbiato con la sua stessa debolezza e per il fatto di essere stato in grado di affrontarla solo da ubriaco.
Davide si chiede se forse non dovrebbero parlarne. Ma quando prova ad avvicinarsi Mario si allontana, scatta come un elastico e l’impatto gli lascia addosso segni invisibili che bruciano per ore.
Parlare non serve. Ma quella notte Mario ritorna, più ubriaco di prima, più confuso di prima. Si sdraia al suo fianco e copre le sue labbra con le proprie, baciandolo affamato.
“Scusa,” dice, “Scusa, scusa, scusa.”
Anche se sa che non dovrebbe, Davide se lo fa bastare.


- Quindi… perché sono qui?
Susanna è in piedi davanti alla finestra da qualche minuto. Fuma una sigaretta per gusto, non per bisogno, né per nervosismo. Aspira boccate profonde e lunghe che trattiene nei polmoni per un sacco di tempo prima di lasciarle andare. Lascia sul filtro l’impronta via via sempre più sbiadita del suo rossetto. È così bella da essere ipnotica. Alcune persone lo sono. Spengono la luce quando entrano in una stanza, lasciano acceso solo l’occhio di bue, puntato insistentemente su loro stessi. Forse Davide potrebbe innamorarsi di lei. È un peccato sia arrivato prima Mario.
- Non so, - risponde, incapace di staccarle gli occhi di dosso, - Credo che Mario pensasse di potermi guarire. O qualcosa del genere. È possibile?
- A me personalmente non era mai successo, - ride lei, - Ma una mia collega una volta mi ha raccontato di essere stata contattata da un tizio che le ha offerto cinquemila euro per andare a casa di questi altri due tizi, vivevano insieme e tutto, e provare a portarsi a letto uno di loro. Salta fuori che il tizio era il padre di uno dei due, i due ragazzi erano terrorizzati.
Davide ride a sua volta, accavallando le gambe.
- Inquietante. – dice.
- Non particolarmente, - ribatte lei, scuotendo il capo, - Ci sono cose peggiori.
Indubbiamente, pensa lui, abbassando lo sguardo. Potrebbe nominarne una senza nemmeno starci a pensare.

La routine lo calpesta, lo lascia senza fiato. È il suo costante ripetersi ad annichilirlo, dopo un po’ smette di contare anche il fatto che succeda e basta. Ogni sera Mario torna in camera e non ricorda più nemmeno come si chiama. Ricorda lui, però, con un’intensità che gli dà i brividi. Lo tocca e lo bacia scusandosi, ripetendogli che lo ama, che non vuole nessun altro nel mondo, e Davide sa che è vero, per istinto sa che è vero, ma le mattine, le mattine sono velenose, Mario si allontana, rifiuta il suo tocco, rifiuta i suoi baci, si scioglie solo dopo insistenze talmente ripetute e continue che ogni volta Davide si sente sporco come se lo stesse costringendo.
È la cosa peggiore, questa. Sembra che di notte a Mario non importi un accidente di imporsi su di lui. E non gli importa perché sa che non si sta imponendo. Me di giorno, quando tutto è chiaro e illuminato, di giorno è solo Davide a muoversi, e Mario dice sempre no, no, no. Ci si nasconde dietro, a tutti quei no. Sono il suo scudo. Non vogliono dire niente, non ci crede, ma li dice per dare loro fiato, perché quando gli scivolano fuori dalle labbra si gonfiano, prendono corpo, diventano una cosa ovattata e ingombrante che si frappone tra di loro.
No, no, no. Non qui, non ora, abbiamo detto basta.
Centinaia di volte, è vero, Mario ha detto basta.
E centinaia di volte ogni sera è tornato, e ha chiesto scusa.
Sono in tre in questa relazione. E Davide non sa a chi credere.


- Insomma, - Susanna si abbottona la camicetta senza guardarlo, - Deludente, come regalo di compleanno.
- Non particolarmente, - Davide scrolla le spalle, guardando altrove per non restare ipnotizzato dai suoi movimenti.
- Davvero? – lei ride, un suono cristallino, quasi infantile, - Ti è capitato di peggio?
- Conosco Mario già da due anni, - risponde lui. Non deve aggiungere altro, perché Susanna ride ancora e lui la segue poco dopo.
È liberatorio scherzarci su. Fa anche un male cane, ma è come lo strappo dopo il cerotto. Un tipo di dolore che cerchi, carico di sollievo.
La accompagna alla porta. Lei sorride, bellissima.
- Neanche un bacio? – gli chiede, appoggiandosi allo stipite della porta.
Davide si sforza di sorriderle, scuotendo il capo.
- Meglio di no. – dice.
Lei annuisce e gli volta le spalle, avviandosi lungo il corridoio. Sarebbe un modo perfetto di lasciarla andare, una parentesi intensa e bellissima da ricordare, una di quelle cose che a suo modo custodisci nel cuore. Ma quando sente il ticchettio dei suoi tacchi contro il pavimento farsi sempre più lontano gli scoppia qualcosa nel cervello, il panico lo invade.
- Susanna! – la chiama. Lei si volta, stupita, interrogandolo con gli occhi. Lui deglutisce a fatica. – Quello che è successo stasera, le cose che ci siamo detti… non dirle a nessuno.
Lei aggrotta le sopracciglia, chiaramente offesa.
- Sono stata pagata anche per il mio silenzio, - taglia corto, voltandogli le spalle ed allontanandosi a passo spedito.
La accompagna un rumore di vetri infranti. Solo nella sua testa.

- Ho un regalo per te, - dice Mario. La sua voce è così vicina. Davide chiude gli occhi e si concentra solo sul movimento delle sue labbra contro la curva della propria spalla. È raro che Mario gli parli dopo il sesso. In genere è così disfatto che si addormenta subito.
- Me lo dai adesso? – chiede.
- No, - Mario scuote il capo con la lentezza e la fatica tipica degli ubriachi, - Domani. È una sorpresa.
- È una cosa bella?
- La più bella che sono riuscito a trovare.
Il punto in cui si posano le sue labbra è così caldo che, da solo, riesce a distribuire calore anche a tutto il resto del corpo. Davide solleva le braccia, gliele stringe attorno alle spalle, lo trattiene a sé.
- Non addormentarti, ancora, - gli sussurra, - Voglio stare insieme ancora un po’.
- Ma ho sonno, Dade, - mugugna Mario, nascondendo il viso contro il suo collo.
Davide non risponde. Sente le lacrime pungere sotto le ciglia e non sa nemmeno perché. Gli strofina la nuca, restando in silenzio. Prega, dimmi qualcosa, dimmi qualcosa, ti prego. Qualcosa che dia un senso a questi due anni. Qualcosa che mi faccia stare meglio. Dimmi che mi ami, ma credici mentre lo dici. Chiedimi scusa, ma sinceramente. Dimmi che non mi dirai più no, promettilo, ma mantieni la promessa. Sono teso come un cavo d’acciaio, non mi vedi? Non mi spezzerò, ma farò saltare le viti ai tiranti. Cadrò nel vuoto. Intero anche dopo lo schianto, ma farà male. Non farmi male. Promettimi che non mi farai più male.
Ma Mario sta già dormendo. Dorme profondamente, stretto contro di lui, le mani chiuse con forza attorno ai suoi fianchi.
Davide sa che quella stretta non farà che allentarsi, ora dopo ora. Quando sarà sveglio, domani mattina, non ci sarà più, e nemmeno Mario.
Però ci sarà un regalo.


Mario torna in camera. È lucido, forse ha bevuto qualcosa, ma non come fa di solito, non col preciso intento di perdere il controllo. Quando entra e lo trova vestito, seduto sul letto, resta sulla porta qualche istante, fissandolo con sgomento.
- E il mio regalo? – dice, - Non ti è piaciuto?
Davide si alza in piedi. Avanza lentamente verso di lui. Mario si schiaccia contro la porta, il cuore gli batte così forte che Davide può quasi sentirne l’eco. Sente il sapore della sua paura sulla lingua, la sente fremere in brividi sulla superficie della sua pelle. L’incapacità di affrontare questa situazione.
Solleva un pugno, lo sbatte forte contro la parete, proprio accanto alla sua testa.
Mario fa un salto. Volta il capo, chiude gli occhi.
Qualcosa si scioglie dentro di lui, Davide lo sente chiaramente. Un grumo di qualcosa. Accumulato nei mesi. Forse tristezza. Spazzata via da un infantile, crudele senso di trionfo.
- La prossima volta, prova con un paio di calzini, - gli dice, - Quelli almeno li uso.
Si allontana da lui, gli lascia tempo e spazio per farsi da parte. Mario lo guarda spaventato da lui e da se stesso.
- Dade… - prova a chiamarlo.
Davide non lo ascolta. Non stasera. Apre la porta, la attraversa. Le suole di gomma delle sue scarpe scricchiolano fastidiosamente contro il pavimento lucido del corridoio.
Mentre esce nel gelo della notte di Appiano, canta sottovoce Tanti auguri a te. Declinata alla prima persona singolare.
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