zia Lizzò ~ la leonessa sul comò (lisachanoando) wrote in dietrolequinte,
zia Lizzò ~ la leonessa sul comò
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Fic: The Unspeakables, S01E04 - Gravity Of Love

Titolo: The Unspeakables, S01E04 - Gravity Of Love
Autrice: lisachanoando (lizonair)
Beta: Nessuno, e infatti si noterà.
Capitolo: 4/25.
Riassunto: Adesso che José sa di potersi fidare di Davide e Mario (anche se palesemente si sbaglia), affida loro un incarico più importante: una delle più potenti veggenti riconosciute dalla Fondazione, Yolanthe Sneijder-Cabau van Kasbergen, è in arrivo a Milano per presiedere una séance piuttosto particolare, e saranno loro a doversi occupare di lei.
Fandom: RPF Calcio
Personaggi/Pairing: Oltre ai soliti, Mario Balotelli/Davide Santon, Davide Santon/Zlatan Ibrahimovic, Zlatan Ibrahimovic/José Mourinho, in quest'episodio compaiono anche Dejan Stankovic, Andrea Stramaccioni, Wesley Sneijder e la sua meravigliosa consorte Yolanthe. Fanno una micro-comparsata (guest star!) Pep Guardiola e Chloé Sanderson. Che prima era Hera. Ed ora è Chloé. #sapevatelo
Generi: Avventura, Romantico, Introspettivo.
Rating: R.
Avvertimenti: Slash, AU.
Wordcount: 8203
Note: HA HA e voi che sicuramente pensavate che non avrei mai più aggiornato questa storia. Ma vi pare? Gli Unspeakables sono sempre nei miei pensieri, niente come loro è in grado di ricordarmi che qualsiasi dignità io avessi l'ho perduta tanto tempo fa. Anche questo episodio è stato scritto per una challenge, che stavolta è il COW-T #5, prima missione della quarta settimana, che pretendeva che io scrivessi qualcosa con prompt fiori. UN PRETESTO BECERO, LO SO, ma so che nessuno se ne lamenterà \o\

THE UNSPEAKABLES
1x04 – Gravity Of Love

Le porte dell'ascensore si aprono su un corridoio lunghissimo e affollato di porte chiuse. Uffici, per la maggior parte. Alcuni, poi, completamente vuoti. Dejan si incammina verso la porta in fondo al corridoio stesso, l'unica che gli interessi. I suoi passi riecheggiano nel silenzio assoluto che avvolge l'edificio, mentre lui cammina spedito verso il proprio obiettivo.
Non si aspetta che qualcuno gli vada incontro, e d'altronde sa che il posto è per la maggior parte completamente deserto. Quasi tutti gli scienziati e gli agenti della Fondazione deputati al controllo, allo studio e al contenimento dell'SCP-AS09011976 si trovano al primo piano dell'edificio, il più lontano possibile dalla sommità della montagna. E da lui.
Dejan si ferma di fronte alla porta blindata, estraendo il proprio tesserino di riconoscimento dal portafogli. Lo lascia scivolare nella fessura della serratura elettronica e poi aspetta che la luce rossa diventi verde, e di sentire il familiare click che ne annuncia l'apertura. Ruota la maniglia e passa dall'altra parte.
La porta dà su un corridoio metallico sospeso a duemilacinquecento metri d'altezza. Sulle pareti, da entrambi i lati, si aprono oblò rettangolari dagli angoli tondeggianti in vetro camera. Avanzando, Dejan si concede un’occhiata al panorama. È una bella giornata, soleggiata. Fuori devono esserci almeno dieci gradi sotto zero, e il fianco frastagliato della montagna è coperto di neve solida, bianchissima, che luccica sotto i raggi del sole come fosse fatta di cristalli di zucchero.
Quando la seconda serratura di sicurezza scatta e la porta si apre, lo accoglie l’ambiente riscaldato scavato nelle profondità di Pizzo Presolana, e lui non riesce a evitare una smorfia carica di disappunto. Aveva quasi dimenticato questo posto somigliasse molto più a un ufficio che a una casa. La scrivania col computer e il telefono sulla destra, la fila di seggioline connesse l’una all’altra sulla sinistra, le macchinette automatiche per il cibo caldo, freddo e le bevande sulla parete di fronte, il climatizzatore che ronza silenziosamente in un angolo in alto a destra, le luci al neon che sfarfallano appena quando per qualche motivo la tensione cala.
Sospira profondamente, scuotendo il capo. È quasi ora di pranzo.
Prende un paio di panini e una lattina di coca cola, e poi imbocca la porta semi-nascosta dietro la scrivania e un ingombrante vaso con pianta finta che disperde polvere nell’aria come fosse polline non appena la sfiora con un gomito.
“Ti stai lasciando un sacco andare,” commenta silenziosamente fra sé, concedendosi un mezzo sorriso.
Nella sua testa, come in un’eco lontanissima, tintinna una risata leggera.
L’ennesimo corridoio accoglie solo l’eco dei suoi passi, invece, e Dejan lo attraversa in silenzio, fermandosi solo di fronte all’ultima porta. Si limita a pensare di bussare. Qualcuno, dall’interno, risponde “avanti”.
La camera è buia, la presenza dell’unica finestra, anch’essa sigillata in vetro camera, è nascosta dalla pesante tenda nera che, dal soffitto, piove fino al pavimento. Il letto, sistemato nell’angolo opposto rispetto alla finestra, è talmente in ombra da non riuscire a distinguerne nemmeno i contorni.
- Hai fatto un mucchio di confusione, entrando. – dice Andrea a bassa voce. Non si muove nemmeno. Dejan sorride e gli si avvicina, cercando di poggiare i piedi sulla moquette che ricopre il pavimento il più delicatamente possibile.
- Scusa. – bisbiglia, - Pensavo di essere stato discreto.
- Potevo sentire fin qui il suono del tuo disappunto. – ridacchia piano Andrea.
Dejan riesce a stento a contenere una risata.
- Devi scusarmi. Trovo l’arredamento di questo posto raccapricciante.
- Davvero? – Andrea ride ancora, sollevandosi a sedere con un mugolio infastidito, - Non ci ho mai fatto caso.
A Dejan non sfugge l’accento di dolore nella sua voce.
- Non dobbiamo parlare per forza. – dice preoccupato.
Andrea gli offre un sorriso sottilissimo, appena piegato agli angoli.
- No, - dice, - Mi fa piacere. Non parlo mai con nessuno. E immagino che avrai un mucchio di cose da dirmi, - prosegue, con un altro sorriso che non fa nulla per nascondere la sua delusione, - L’ultima volta che sei stato qui non avevo nemmeno un capello bianco.
Punto sul vivo, Dejan distoglie lo sguardo.
- Non ne hai neanche adesso. – borbotta, cercando di nascondere dietro l’ironia la sua incapacità di giustificarsi. (Eppure, dovrebbe essere semplice. Di una giustificazione non dovrebbe nemmeno avere bisogno: non è mai venuto a trovarlo perché non ha mai potuto, non certo perché non avrebbe voluto.)
- Non li vedi perché è buio. – sorride ancora Andrea, - Ma ci sono. Cinque anni sono lunghi. È un sacco di tempo per invecchiare.
- Saresti invecchiato anche se fossi passato a trovarti ogni giorno da quando ti hanno rinchiuso qui, Andrea. – sospira Dejan, già stanco.
- Indubbiamente. – annuisce lui, e poi il suo sorriso si fa soffice, - Ma sarebbe stato tanto più piacevole.
Dejan torna a guardarlo, deglutendo a fatica. Essere stato lontano da lui così a lungo sembra inconcepibile. “Che mi hanno fatto?”, si domanda, quasi allarmato, mentre lo fissa e il solo trovarsi in sua presenza lo fa sentire allo stesso tempo vuoto e pieno da scoppiare, confuso e più lucido di quanto non sia mai stato, piegato in due dal dolore e avvolto in uno strato di gioia sottile ma resistente come vetro temperato – e altrettanto facile all’esplosione e allo sgretolamento se toccato appena nel punto giusto. “Che mi hanno fatto? Come hanno fatto a tenermi lontano da te?”
Andrea sorride comprensivo, scivolandogli vicino.
- Niente, - dice, - Sei solo responsabile abbastanza da sapere che ci sono cose che puoi fare, e cose che invece no. E d’altronde, se anche fossi venuto ogni giorno per davvero, non saresti potuto rimanere che per pochi istanti. Ho già mal di testa. – conclude con un mezzo sorriso.
Dejan si rilassa, scioglie i muscoli, annuisce lentamente. Allunga una mano e gli accarezza una guancia. È ruvida.
- Dovresti raderti.
- E per chi? – scherza Andrea, stringendosi nelle spalle, - Nessuno mi vede mai. Tranne che in video. – si volta, indirizzando un saluto quasi infantile alla telecamera che pende da un angolo del soffitto.
Dejan posa una mano sulla sua, e poi la stringe dolcemente.
- Posso farlo io, se vuoi.
Andrea lo guarda, sorridendo sereno.
- Non devi per forza prenderti cura di me, Deki, - dice, - Da vicino o da lontano. Non sto bene, ma non sono un debole, non lo sono mai stato. Lo sai, questo, no?
Dejan sospira, chiudendo gli occhi.
- Sei sempre stato ingestibile. – borbotta, - L’onnipotenza ha solo peggiorato le cose.
Andrea ride divertito, appoggiandosi ai cuscini con la schiena.
- Se fossi onnipotente per davvero, credimi, non vivrei rinchiuso qui. Ma basta, - scuote il capo, rimettendosi dritto, - Comincio a stancarmi e sono troppo felice di vederti per passare i prossimi minuti a rinfacciarti colpe che nemmeno hai. Perché sei venuto?
Dejan non risponde. Gli si avvicina ancora, invece, strofinandogli uno zigomo con il pollice in movimenti lenti, circolari, quasi ipnotici.
- Ah. – dice Andrea, piano, - Be’. Ti sono mancato?
- Immensamente. – risponde lui. È sincero. Si china a baciarlo con dolcezza, senza forza, le labbra che si sfiorano appena.
“Devi averlo sentito anche tu,” pensa. La voce silenziosa di Andrea, quella che si esprime solo per immagini ed echi distanti, glielo conferma. Il diavolo canta, la sua sinfonia stonata fa tremare le fondamenta dell’universo. “José ti manda un caro saluto,” prosegue Dejan in silenzio, la lingua che si insinua fra le labbra di Andrea, pretende un bacio più sicuro e bagnato, “E ti chiede di tenerti pronto.”
Andrea si allontana da lui lentamente, le sopracciglia corrugate in un’espressione preoccupata. Non dice niente, non ne ha bisogno. Dejan cerca di sorridergli rassicurante. “Lo conosci,” pensa, “È un vecchio pazzo.”
L’espressione tesa di Andrea si scioglie in una mezza risata, mentre lui scuote il capo e sospira.
- È stato bello rivederti, - dice, - Ma adesso devi andare via.
Dejan geme, cingendogli le spalle in un abbraccio tenero ed appoggiando la fronte contro la sua spalla.
- Cinque minuti? – domanda speranzoso.
Andrea sorride, volta appena il capo per sfiorargli la tempia con un bacio.
- Mi sto tenendo sotto controllo a stento, - bisbiglia, - Se resti ancora, presto la montagna comincerà a tremare.
Dejan sospira profondamente, gli lascia un bacio alla base del collo e poi si allontana.
- Vado. – dice, - Ma tornerò.
- Ti aspetterò, allora. – sorride Andrea, - Solo, non subito.
Dejan abbassa lo sguardo sulle sue mani, vede che le tiene strette attorno alla coperta, le dita arrossate per lo sforzo, le nocche completamente bianche.
- Non subito. – annuisce.
*
- Sono molto colpito dai vostri progressi.
La voce di Mourinho risuona arzilla ed emozionata all'interno dell'ufficio, ma Mario non riesce a concentrarsi su quel suono, e questo nonostante il fatto che, da quando sono arrivati, Mourinho non ha fatto altro che ricoprirli di lodi e complimenti, una cosa che, lo sa benissimo, fino ad un mese fa lo avrebbe fatto sentire quasi moralmente costretto a tornare in camera di corsa per mandare una mail ai suoi raccontando loro tutto nel dettaglio.
Loro avrebbero risposto come hanno sempre fatto, inviandogli una mail breve, composta da frasi secche e concise e da un numero imprevedibile di a capo, ma alla fine avrebbero messo una faccina sorridente, e fra gli allegati ci sarebbero state un paio di foto, della casa, della scuola, di Lucky circondato dagli studenti più giovani, di loro due insieme di fronte a un piatto di tagliatelle al ragù.
Gli mancano così tanto. Gli manca casa e la sua sicurezza, gli manca svegliarsi ogni mattina con la consapevolezza di essere in salvo, di non aver combinato nessun guaio, di non essere in pericolo. La consapevolezza che niente può raggiungerlo.
Da quando è arrivato a Milano è stato del tutto incapace di instaurare un rapporto stabile e rilassato col suo partner anziano, è finito in profilassi preventiva due volte su tre, ha deluso continuativamente il suo diretto superiore e, ultimo ma non ultimo, si è fatto attaccare e praticamente violentare da una regina infernale, probabilmente mettendola incinta, cosa che finirà per condurre il pianeta verso l'Apocalisse in circa nove mesi.
Forse non avrebbe mai dovuto lasciare Concesio.
- Devo ammettere, - prosegue Mourinho, - Che avevo cominciato a disperare, ma sorprendentemente gli ultimi incarichi che vi ho assegnato non si sono conclusi con la fine del mondo, il che mi riempie di speranza per il futuro, e di orgoglio nei vostri confronti.
Mourinho parla, e Mario non riesce a fare altro che continuare a fissare Davide come un imbecille. Davide che non guarda lui, e non guarda suo padre, e sembra non guardare proprio niente in generale. Fissa un punto imprecisato di fronte a lui, un punto vago sopra la spalla di Mourinho, un punto in cui non c'è niente da vedere, e forse è per questo che Davide lo fissa.
È così stranamente silenzioso.
- Per questo motivo, ho deciso di assegnarvi un incarico appena più rilevante, questa settimana.
Davide finalmente si riscuote. Torna a guardare suo padre dritto negli occhi. Osservandolo, Mario capisce che stava concentrandosi sui propri stessi pensieri, ignorando la voce di Mourinho, per non scoppiare in una delle sue solite proteste. O per non lasciarsi toccare dall'ironia pungente delle sue parole.
- Di cosa si tratta?
- Servizio di sicurezza, in realtà. - spiega José, aprendo uno dei suoi cassetti ed estraendo una cartellina gialla, aprendola sulla scrivania di fronte a loro. In apertura del fascicolo, la foto di una donna bellissima, sui trent'anni, il volto incorniciato da una cascata di lunghissimi e liscissimi capelli castani. - Questa è--
- Yolanthe. - Davide si sporge verso la foto, sfiorandola con la punta delle dita, - Yolanthe è qui?
- Arriverà fra un paio d'ore, - annuisce José, - È attesa a Malpensa per le quindici e trenta. Viaggia naturalmente in incognito, parecchio leggera, per cui non le è stato assegnato un gruppo di agenti di sicurezza dal distaccamento di Istanbul. Ve ne occuperete voi.
- D'accordo. - annuisce Davide, richiudendo il fascicolo e sollevandolo.
- Aspetta un secondo. - borbotta Mario, schiacciandolo di nuovo sulla scrivania con una mano, - Chi è questa donna? Perché viene qui? Non è che siccome tu sai sempre tutto, allora—
- Yolanthe Sneijder-Cabau van Kasbergen è una veggente. - lo interrompe Mourinho, sorridendogli, - Era una delle veggenti con la percentuale di realizzazione più alta fra tutte quelle riconosciute dalla Fondazione in tutto il mondo. Personalmente non ho mai fatto affidamento sulle veggenti in generale, parecchie di loro sono praticamente le poster girl dell'effetto Nostradamus. Se oggi blaterassi qualcosa a proposito di una vaga catastrofe naturale che accadrà nei prossimi dieci anni in un posto qualsiasi, al novantanove virgola nove percento la cronaca finirebbe per darmi ragione. Siamo tutti capaci di predire il futuro quando parliamo per indovinelli e vaghezze. Ma, - sorride ancora, - Yolanthe è una delle poche che sono sempre state in grado di predire avvenimenti molto specifici, con coordinate sia geografiche che temporali molto precise. Insomma, l'eccezione che conferma la regola, per quanto non sopporti l'espressione. - scrolla le spalle. - In ogni caso. Tradizionalmente, si crede che le veggenti perdano gran parte del loro potere, se non la sua interezza, quando perdono la verginità. Questa cosa sembra essere stata provata recentemente dal fatto che la percentuale di realizzazione della stessa Yolanthe è calata in maniera esponenziale dopo il matrimonio con l'agente Wesley Sneijder, che si è occupato della sua protezione negli ultimi cinque anni. Ciononostante, Yolanthe è stata in grado di prevedere con una certa precisione un paio di eventi piuttosto grossi, recentemente. Ed è convinta, - conclude, voltandosi a guardare Mario, - Che Mahalath sia incinta.
Mario si irrigidisce sulla propria sedia, trattenendo il respiro.
- Dunque è vero. - dice, la voce che trema appena.
- Io ne sono convinto. - annuisce Mourinho, - Per la verità ne ero già convinto prima che mi venisse riferito della predizione di Yolanthe. Chi non ne è ancora convinto è invece il vertice della piramide, - dice, sottolineando il concetto con un indice puntato metaforicamente verso il soffitto. - Il Consiglio vuole una prova concreta. Una séance. E Yolanthe è stata convocata per condurla.
- Una séance? - Davide aggrotta le sopracciglia, poco convinto, - Non sono sicuro che evocare i morti possa fungere da test di gravidanza per una regina infernale.
Mourinho ride apertamente, divertito.
- È per questo che non saranno i morti ad essere evocati, ma Mahalath stessa.
- È possibile? - domanda Mario, stupito, - Evocare una regina infernale nello stesso modo in cui si evocherebbero i defunti?
- Non nello stesso modo, no, - Mourinho scuote il capo, - Ci sarà bisogno di un catalizzatore, e di un circolo di agenti particolarmente potenti. Stankovic rientrerà a Milano stasera, ed assieme a Wesley e Yolanthe, - lancia un'occhiata a Davide, pronto a studiare qualsiasi cambiamento nella sua espressione, - Arriverà anche Zlatan.
Tocca a Davide, adesso, trattenere il respiro.
*
Davide è così nervoso che non servirebbe nemmeno una particolare connessione empatica per notarlo. Passeggia nervosamente avanti e indietro, lanciando occhiate cariche di disappunto ora al tabellone degli arrivi, ora al proprio orologio da polso, concedendosi ogni tanto uno sbuffo indispettito quando non gli sembra che lo scorrere del tempo si stia comportando con clemenza nei suoi confronti.
- Guarda che non arriveranno prima se scavi un buco nel pavimento. – dice Mario, incrociando le braccia sul petto.
Davide si volta a guardarlo, aggrottando le sopracciglia.
- Prego?
- Dico solo che dovresti calmarti. – scrolla le spalle lui.
- Perché, ti sembro agitato? – insiste Davide. Il lieve tremito nella sua voce costringe Mario ad esitare, prima di rispondere. Sta per farlo comunque, quando una voce sconosciuta li interrompe.
- Dade. – dice Zlatan, - Non ci vediamo da un sacco di tempo.
L’espressione di Davide cambia all’improvviso, rapida come un acquazzone estivo. Si volta e fissa Zlatan, e i suoi occhi brillano come non hanno mai brillato mentre guardava Mario.
E lui, altrettanto improvvisamente, altrettanto rapidamente, altrettanto infantilmente, anche, sente di odiarlo. Di odiarli entrambi, anzi. Zlatan, per quello che gli fa, e Davide perché lascia che accada, e perché, nel momento stesso in cui accade, Mario lo sa, si dimentica perfino della sua esistenza. Di tutto quanto, in realtà. Nell’istante in cui si volta a guardarlo, non c’è niente a parte Zlatan in tutto il mondo.
- Zlatan… - esala, lanciandogli le braccia al collo e lasciandosi abbracciare.
- Ah, ragazzino. – Zlatan ridacchia, stringendogli le braccia attorno alla vita e dondolando un po’, - Mi sei mancato.
- Anche tu a me. – sorride Davide. L’usuale maschera seriosa e severa che Mario spesso gli vede addosso sembra essersi sciolta del tutto. Non l’ha mai visto sorridere così.
- Ma mi dicono che ti sei consolato in fretta. – ride ancora Zlatan, accennando a Mario col capo.
- Ah… sì, scusa. – Davide si schiarisce la voce e indietreggia, - Lui è Mario, il mio nuovo partner.
- Mmh. – Zlatan annuisce, voltandosi verso di lui e porgendogli una mano. Mario la stringe sospettoso. – Il più giovane erede della casata dei Balotelli, giusto?
- Sì. – annuisce lui.
- E come ti trovi con Dade? – chiede Zlatan in un’altra mezza risata, - Per uno con la tua formazione dev’essere un palo in culo non indifferente.
- Zlatan! – Davide alza la voce in segno di rimprovero, ma è un rimproverò bonario, che si scioglie subito in un sorriso nostalgico. – Sei sempre il solito.
- Me lo dicono tutti. – risponde lui in un ghigno divertito. – Ma basta così. Lui è Wesley, - dice, presentandoli ad un uomo piuttosto giovane, bassino, dagli intensi occhi azzurri, - E lei, ovviamente, è Yolee.
La donna che gli sta accanto sorride calorosamente, sollevando una mano per salutarli. L’altra resta stretta attorno a quella del suo accompagnatore, che ne accarezza il dorso col pollice in lenti cerchi rassicuranti.
È straordinariamente bella. Lo sono entrambi, in realtà. Sembrano avvolti nella luce.
- Facciamo sempre quest’effetto. – ride Wesley, stringendo vigorosamente la mano prima a Davide e poi a Mario, - Credo sia la magia di Yolee. Non si è dispersa, si è solo trasferita. Prima era tutta dentro di lei, adesso invece ci avvolge.
Yolanthe ride, accarezzandogli il collo. Poi si volta verso Mario e Davide, facendo loro l’occhiolino.
- Chiaramente non è per le sue doti romantiche che l’ho sposato.
- Ouch. – borbotta Wesley, fingendosi offeso, - Sei crudele.
Zlatan ride, scuotendo il capo.
- Piantatela, siete ridicoli. – dice, e poi si gira a propria volta verso Davide e Mario. – Non è la magia di Yolee a renderli così abbaglianti, semmai il fatto che sono sposati da meno di un anno. Glielo dico sempre: riparliamone fra cinque o sei. Vedremo allora se la “magia” li avvolgerà ancora.
- Zlatan, tu non credi nel vero amore. – lo prende in giro Yolanthe, - È questo il tuo problema.
- No, mia cara, questa è la mia salvezza. – risponde prontamente lui, offrendole un sorriso ampio e sicuro a corredo delle proprie parole. – Adesso andiamo, siamo rimasti qui esposti anche troppo a lungo. Dade, la macchina?
- Ci aspetta qua fuori. – risponde Davide. Tiene lo sguardo basso, come ad evitare quello di Zlatan dopo essersi reso conto di aver perso il controllo.
- Bene. – annuisce Zlatan, - Faccio strada.
Lo seguono entrambi, chiudendo la breve processione alle spalle di Wesley e Yolanthe, che continuano a tenersi per mano e chiacchierare divertiti, indicando ora un negozietto di souvenir, ora un bar affollato, come fossero una normale coppia di turisti in vacanza.
Mario scruta il profilo serio e teso di Davide, e poi abbassa lo sguardo, stringendo i pugni.
- Cos’hai? – chiede Davide. Neanche si volta a guardarlo.
- Niente. – risponde lui.
Davide sospira profondamente.
- Ti prego, - dice, - Non mettertici anche tu.
- Non posso farci niente. Se non ti piace, ignorami. – ribatte Mario, acido, - Di solito ti riesce così bene.
Davide non risponde nemmeno.
*
José apre la porta e vede prima i fiori. Un mazzo enorme. Saranno almeno una trentina di rose fra bianche e rosse, e fra una rosa e l’altra fa capolino il sorriso furbo di Zlatan.
- Mi prendi in giro? – domanda, restando sulla porta apposta per non permettergli di entrare.
Zlatan ride, abbassando il mazzo di fiori.
- Non ti senti romantico, oggi? – gli domanda.
- Per niente. – risponde José. Si allontana dalla porta, però, lasciando l’ingresso finalmente libero. Zlatan ne approfitta, varcando la soglia e guardandosi intorno, divertito.
- Non è cambiato molto, qua dentro. – commenta, recuperando un vaso vuoto dal mobile proprio accanto alla porta e dirigendosi speditamente verso il bagno per riempirlo d’acqua, - Chissà perché, mi aspettavo che sarebbe stato tutto diverso.
- E perché mai, di grazia? – domanda José, fissandolo dalla porta del bagno, le braccia incrociate sul petto.
- Ho detto “chissà perché”, - ride ancora Zlatan, - Vuol dire che non lo so.
José sospira profondamente, passandosi una mano sul volto.
- Zlatan, perché sei qui?
- Sono stato convocato per la séance di domani, no? – scherza lui, tornando verso l’ingresso con il vaso in una mano e il mazzo di fiori nell’altra.
- Zlatan. – José aggrotta le sopracciglia, infastidito, - Non è il momento di giocare.
Zlatan sospira profondamente, sistemando i fiori nel vaso. Si prende qualche istante per distribuirli bene. È proprio un bel bouquet.
- Avevo voglia di vederti, Zay. – dice, voltandosi finalmente a guardarlo. – Quando la smetterai di farmi sentire in colpa per questo?
- Mai. – ribatte lui. Poi abbassa lo sguardo. – Ovvero quando potrò smetterla di sentirmi in colpa io.
Zlatan gli si avvicina. Vorrebbe toccarlo, ma si trattiene.
- Né tu né io avevamo il minimo controllo su quello che stava accadendo.
- Ti sbagli. – José lo guarda per un istante. Poi guarda altrove. – Avrei dovuto vederlo. Avrei dovuto capirlo prima. Allontanarti quando ancora—
- Non avresti potuto.
José non risponde. Sa che Zlatan ha ragione.
Il sorriso di Zlatan si addolcisce appena, mentre lui trova finalmente il coraggio di allungare una mano e strofinargli una guancia col pollice.
- Non sei neanche un po’ felice di vedermi? – chiede, - Ora che non sto infrangendo nemmeno una regola per farlo?
José lo guarda e deglutisce, appoggiando una mano sulla sua.
- Ero felice anche quando lo facevi. – risponde a bassa voce.
*
Innamorarsi di Zlatan è stata una conseguenza ovvia, immagina Davide. Non che non l’abbia sempre sospettato. In qualche modo gli piaceva l’idea di considerarlo il primo grande amore romantico della sua vita: il partner anziano che si prendeva cura di lui, lo istruiva sul campo, lo proteggeva. La persona speciale con cui dividere il tempo e gli spazi, oltre che i pensieri più profondi. Quell’unica persona che poteva capirlo senza che parlasse, semplicemente guardandolo negli occhi.
Ci pensa, mentre lo guarda chiacchierare divertito con Dejan, probabilmente ascoltando affascinato i resoconti delle sue ultime avventure all’estero dopo avergli detto delle proprie, e pensa distrattamente che vorrebbe porre la domanda a tutti gli agenti della Fondazione: vi è mai successo di innamorarvi del vostro partner anziano?
È abbastanza sicuro che, nove volte su dieci, riceverebbe un sì come risposta.
Eppure, saperlo non cambia niente. Se chiude gli occhi riesce ancora a sentire la pressione delle labbra di Zlatan sulle proprie, il suo sapore selvaggio, o come vibrava la sua voce quando gli bisbigliava qualcosa mentre facevano l’amore. Non c’è niente che non sacrificherebbe per poter provare ancora una volta quelle sensazioni, quel brivido profondo che lo scuoteva tutto quando Zlatan lo toccava, quando gli sorrideva.
Sapere che quel brivido è perso per sempre, che se anche Zlatan lo toccasse ancora non riuscirebbe più a sentirlo, perché quello che c’era ormai è morto, ed il ricordo sta già cominciando a sbiadire, non è sufficiente per smettere di rimpiangerlo. Gli mancherà per sempre – sarà sempre qualcosa che avrebbe voluto continuare a trattenere fra le dita, e che invece gli è stata strappata via.
“Starai bene,” gli ha detto Zlatan, salutandolo, quando è andato via. “Vedrai, starai bene. Arriverà qualcun altro. Riprenderai a lavorare. Non sarai solo. Starai bene.”
Una bugia come un’altra. Detta con la massima buonafede. Ma brucia, brucia ogni volta che ci pensa. Brucia non essere stato forte abbastanza da dirgli “ti sbagli, non starò bene per niente”. Brucia avere semplicemente annuito, stringendolo forte fra le lacrime e i singhiozzi. Brucia essersi fidato di lui, avere creduto alle sue parole.
Stare bene. Non sta male, no. Ma stare bene. Assolutamente no.
- Fra cinque minuti cominciamo. – dice Mario. Davide si volta a guardarlo, ma Mario fissa un punto imprecisato il più lontano possibile da lui, e Davide sospira stancamente.
- Almeno mi parli. – dice.
Mario ride sottovoce, e la sua risata ha un suono aspro. È arrabbiato.
- Ti sei accorto che non l’ho fatto da ieri?
Davide sospira ancora.
- Certo che me ne sono accorto. – risponde. Poi si ravvia i capelli dietro un orecchio. – Perché stai facendo così? – gli chiede.
- Perché sei un imbecille. – ringhia Mario, ostinandosi a non guardarlo.
Davide sospira un’altra volta.
- Mario, non ne ho proprio mezza di stare dietro a queste stronzate da ragazzini delle medie, - dice. – Vedi, è questo il motivo per cui—
- Non ci provare nemmeno. – lo interrompe Mario, voltandosi a guardarlo con una luce furiosa negli occhi, - Non provarci nemmeno a dire che è per questo motivo che non volevi che succedesse niente fra noi. Lo sai che non è vero, e lo so anch’io. Il tuo problema è uno solo, e non sono io.
Davide aggrotta le sopracciglia, irritato.
- Il mio “problema” lo conoscevi già prima di baciarmi.
- Sì, e forse mi sto rendendo conto di aver fatto un errore, va bene?! – conclude Mario, alzando appena la voce. Poi di rende conto di averlo fatto, e prova a calmarsi. – Basta. – dice, - Volevo solo avvertirti che fra poco si comincia. Fai quello che devi.
Davide lo osserva andare via, raggiungere gli altri attorno al tavolo rotondo qualche metro più in là, e non sa se vorrebbe più prendere a schiaffi lui per essere così cretino, o se stesso per essersi ficcato in quest’altro guaio. Ripensa alla questione dei partner anziani, di quanto sia facile innamorarsi di loro. Forse è davvero così, ma lui non ricorda di essere mai stato con Zlatan tanto fastidioso quanto sta essendo Mario con lui.
Forse è solo una questione di percezione, però. Forse Mario non sa di essere fastidioso, proprio come Davide non sapeva di esserlo allora.
Raggiunge Yolanthe, seduta ad occhi chiusi su un divanetto, lontana dalla folla. È rimasta seduta e in silenzio per l’ultima mezz’ora circa, immobile nella stessa posizione, l’ombra di un sorriso sulle labbra piene e rosse come mele mature.
- Yolanthe… - sussurra, sfiorandole appena una spalla. Lei apre gli occhi e lo guarda da sotto le lunghe ciglia ricurve. – Scusa, - dice, - Non volevo disturbarti.
- Nessun disturbo. – sorride lei, - Stiamo cominciando?
- Sì. – annuisce lui, - Cioè, se hai bisogno di un altro po’ di tempo possiamo—
- Altro tempo non mi servirebbe. – Yolanthe ridacchia, alzandosi in piedi e sistemandosi la gonna per abbassarla lungo le cosce abbronzate. – Cerco sempre di raccogliermi in concentrazione prima di una séance. Prima non ne avevo bisogno, ma sai com’è… - dice, voltandosi a guardare Wesley, che sta già indicando agli altri i posti da prendere attorno al tavolo.
Davide segue il suo sguardo. Può vedere come un filo di luce calda ad unirli. Zlatan dice che fra loro non c’è magia, ma Davide non ne è così sicuro.
- Cos’è che ti ha convinta a farlo? – le chiede a bassa voce, sovrappensiero. Si rende conto solo dopo di cos’ha detto, e si volta a guardarla, arrossendo appena. – Scusa, - dice, - Sono stato indiscreto.
- Un po’. – sorride lei, divertita, - Ma sei praticamente il duecentesimo a chiedermelo. Ormai sono abituata. – scrolla le spalle, tornando a guardare Wesley. – Il fatto è che non ho una risposta per questa domanda. Non davvero. Non mi ha convinta niente, perché non ho avuto bisogno di essere convinta. Voglio dire, mantenermi vergine, prima di lui, non era stata una scelta. Come può essere una scelta, quando non hai alternative? Non esisteva niente di più importante del mio dono. Non dovevo scegliere fra preservarlo o meno, era l’unica cosa che potessi fare.
Davide annuisce lentamente, guardando in basso.
- E poi?
- E poi, - ride Yolanthe, - Poi è arrivata una cosa più importante. E, di nuovo, non c’è stata una scelta da fare. Dargli tutto di me sembrava così ovvio. Per cui, l’ho fatto.
Davide sorride appena, un po’ amaramente.
- La fai sembrare una cosa semplice.
- Perché lo è. – ribatte lei, scrollando le spalle. Poi si allunga verso di lui, stringendogli una mano fra le proprie. – Davide, - gli dice, - Stai attento a quello che fai. Sei teso verso qualcosa che non puoi afferrare. E c’è qualcuno che cerca di afferrare te. Sei sicuro che valga la pena di continuare a scappare?
Davide ritrae la mano di scatto, indietreggiando appena. La fissa sconcertato, quasi trattenendo il respiro.
Lei lo guarda stupita per qualche istante, e poi il suo stupore si scioglie in un sorriso.
- Scusami, - dice, - E ignorami, anche. Le mie percezioni non sono più quelle di una volta. Probabilmente mi sbaglio.
Davide deglutisce a fatica.
Probabilmente no.
*
- Prendete posto. – li invita Mourinho. La sua voce è ferma, quasi severa. I lineamenti del suo volto sono tesi, è chiaro che lui per primo sta scommettendo tutto – la propria credibilità, l’incolumità dei suoi agenti migliori, per non parlare del futuro del mondo – su una mano pericolosissima che non è sicuro di riuscire a portare a casa.
Sembra che tutti sappiano già cosa fare, e si sistemano in cerchio attorno al tavolo, prendendosi per mano quando Yolanthe, con un sorriso dolce e uno sguardo di cioccolato, li invita a farlo.
Solo Mario resta in piedi, quando si accorge che non è rimasta libera nessuna sedia per lui, e si guarda intorno con aria confusa. Davide, che non si era accorto del dettaglio, aggrotta le sopracciglia, visibilmente perplesso.
- E Mario? – domanda, voltandosi verso suo padre.
Mourinho si schiarisce la voce.
- Il contributo di cui abbiamo bisogno da parte di Mario è un po’ diverso. – dice, - Yolanthe?
- Sì. – annuisce lei, e si volta verso Mario, sorridendogli gentilmente. – So che è poco ortodosso, ma dovresti sederti qui, nel centro del tavolo. Sei stato l’ultimo essere umano ad entrare in contatto con la regina Mahalath, e se davvero tuo figlio sta crescendo nel suo grembo tu sei anche l’unico gancio che possiamo usare per obbligarla a presentarsi.
Mario deglutisce forzatamente, stringendo i pugni lungo i fianchi.
- Dunque… - prova, - Se appare, sarà già una conferma sufficiente.
Mourinho annuisce.
- Al novantanove virgola nove percento.
Mario deglutisce ancora, riflettendo qualche istante. Lancia a Davide un’occhiata fugace, e poi annuisce.
- Va bene. – dice, avvicinandosi al tavolo.
- A—Aspetta! – lo ferma Davide, alzandosi in piedi, - Non ti poni nemmeno due domande?! – sbotta, tornando a guardare suo padre, - Che rischi corre? È una cosa pericolosa? – poi guarda Yolanthe, - Sai cosa stai facendo? È della sua energia che stiamo parlando, se la dreni—
- Yolanthe sa cosa sta facendo, Davide. – dice suo padre.
- Ma lo stesso!
Yolanthe si schiarisce la voce, posando una mano su quella di Davide.
- È un procedimento rischioso, - ammette, - Ma l’ho già fatto qualche volta, e nessuno e mai morto.
- Ed era prima o dopo di lui? – insiste Davide, cattivo, indicando Wesley con un cenno del capo.
Yolanthe ritrae la mano, anche se il suo sorriso, pur indebolendosi appena, non scompare. Wesley scatta in piedi, la sedia che striscia contro il pavimento, ringhiando fra i denti un “ehi” palesemente minaccioso.
- Calmiamoci tutti quanti. – sbotta Mourinho, aggrottando le sopracciglia. – Wes, Davide è solo preoccupato. Mario è il suo partner giovane. La sua reazione è perfettamente comprensibile. – poi torna a guardare suo figlio, - Ma adesso si calma.
È tutto quello che gli dice, ma Davide riesce a leggere senza difficoltà la minaccia nascosta nella vibrazione della sua voce. Se non la pianta, sarà costretto ad abbandonare la stanza. E non può in alcun modo lasciare che questo avvenga, per cui stringe i denti e torna a sedersi rigidamente.
- Per me va bene. – dice Mario con un filo di voce, - D’altronde, tutta questa situazione è colpa mia. Se anche dovessi morire—
Davide solleva lo sguardo verso di lui, allarmato, il cuore che gli martella nel petto, ma è Zlatan il primo a parlare.
- Mario, non dire sciocchezze. – sorride conciliante, - Abbiamo tutti combinato qualche stronzata, all’inizio della nostra carriera. Non fare l’errore di credere di essere il primo e l’unico nella storia del mondo ad avere accidentalmente dato inizio all’Apocalisse. La cosa importante è che la Fondazione sia sempre riuscita a porvi fine prima che il processo giungesse a compimento. E posso assicurarti che ci riusciremo anche adesso, e tu sarai lì per vederlo. Ora, - conclude, indicandogli il centro del tavolo con un cenno del capo, - Salta su. Non dobbiamo perdere la concentrazione, e più tempo passa, più rischiamo di fallire.
Davide si volta a guardarlo e, istintivamente, aggrotta le sopracciglia. Si sente infastidito, come se Zlatan fosse appena entrato in un territorio che non gli appartiene, comportandosi come se fosse a casa propria. Vorrebbe alzarsi in piedi, afferrare Mario per un braccio ed allontanarlo da tutti loro, dire “lui non fa niente se non glielo dico io”, ma sa che sarebbe una menzogna, e sa anche che Zlatan ha ragione, che devono sbrigarsi, che devono smetterla di comportarsi come bambini e mettere ciò che conta davvero al primo posto.
Il lavoro. Come sempre.
Perciò non dice altro. Resta seduto e si limita ad osservare sospettoso Mario che salta sul tavolo e si siede al centro, le gambe incrociate e le mani sulle ginocchia, rivolto verso Yolanthe mentre il cerchio di mani si richiude intorno a lui. Yolanthe comincia presto a parlare con voce flautata, invitandoli a chiudere gli occhi, a concentrarsi sulla figura di Mario, a trovare il filo che dalla sua aura si estende, è un filo dorato, dice (proprio come quello che lega lei a Wesley, pensa Davide), seguitelo, porta dritto verso la regina. Davide si concentra e vede decine di fili, alcuni sottilissimi, che si perdono sulla distanza, alcuni più solidi, che conducono nel bresciano, dai suoi genitori, verso quella che ancora chiama casa. Altri si fermano lì, in quella stanza. Si avvolgono in spire attorno a Mourinho, a Zlatan, a Yolanthe. Uno, più robusto degli altri, si chiude come una mano gentile attorno al suo corpo, e Davide ne sente quasi il calore.
E poi ce n’è un altro, un filo ancora più robusto del suo. Davide lo identifica subito perché oltre a brillare pulsa, pulsa velocissimo, come un piccolo cuore. Se ne sente subito minacciato. Geloso. E arrossisce, di rabbia e di imbarazzo, nel rendersene conto.
Segue quel filo col pensiero, e percepisce gli altri seguirlo assieme a lui. Le loro auree si sommano alla sua mentre percorrono quel sentiero come la strada di mattoni gialli fino alla Città di Smeraldo, con l’unica differenza che non c’è lo smeraldo, alla fine della loro strada, ma le fiamme dell’inferno.
Davide sa che qualcosa sta per accadere quando sente Mario cominciare ad ansimare.
- Fa caldo… - dice, guardandosi intorno con aria confusa, - Voi non… - e poi geme, piegandosi in due come in preda ad un crampo improvviso.
Davide sta per alzarsi in piedi e precipitarsi su di lui, quando una figura dapprima evanescente comincia ad addensarsi proprio al suo fianco.
- Oh, tesoro, - cinguetta Mahalath, poggiandogli sulla spalla una mano dai lunghi artigli neri e lucidi come onice, - Ti stanno facendo tanto male?
Davide ringhia, scattando in piedi.
- Davide, non rompere il cerchio! – lo ammonisce Yolanthe, stringendo la presa sulla sua mano destra mentre Zlatan fa lo stesso con la sinistra. Poi si rivolge alla regina, sorridendo cortesemente. – Vostra Maestà, - dice, usando la forma di cortesia indicata dai manuali in caso di evocazioni simili, - Grazie per aver risposto al nostro invito.
- Dolcezza, - ghigna Mahalath, fluttuando alle spalle di Mario, - L’occasione di ridervi in faccia era troppo ghiotta per rinunciare. E poi sentivo la mancanza del mio stallone. – scherza, la lunga lingua biforcuta che fa capolino fra le labbra e sfiora velocemente la guancia di Mario.
- Vostra Maestà, - continua Yolanthe, ossequiosa, - Dunque la vostra presenza qui vuole forse dire…
Mahalath scoppia a ridere, girando attorno a Mario e atterrando impalpabile sul suo grembo. Stringe le braccia attorno al suo collo, stringe le gambe attorno ai suoi fianchi e gli sorride amabile, le punte dei denti affilati che fanno capolino fra le labbra dischiuse.
- Allora, tesoro, questo è l’annuncio ufficiale. – lo bacia sulle labbra, mentre lui la fissa impotente, gli occhi carichi di orrore, - Non sei contento? Stai per diventare papà.
Dopodiché getta indietro il capo e scoppia in una risata tonante, e la sua bocca si spalanca, sempre di più, sempre di più, fino a diventare una spaccatura che le mangia via la faccia, e che poi si raccoglie in un unico punto, nero come un abisso, che a sua volta esplode con un bagliore accecante e poi scompare, lasciandosi alle spalle solo un vago odore di zolfo.
Il cerchio si spezza immediatamente, ognuno lascia le mani che stava stringendo come se fossero state attraversate da corrente elettrica. Tutti i presenti ansimano, Yolanthe sospira profondamente, Mourinho si passa una mano sul viso con aria stanca. Il sangue pulsa dolorosamente nelle tempie di Davide in un rombo che quasi lo acceca, ma non abbastanza da osservare Mario cadere in avanti, come avesse perso conoscenza.
- Mario… - lo chiama, la voce impastata, tendendo una mano verso di lui.
Al suono della sua voce, Mario si riscuote. Si raddrizza, puntellandosi al tavolo con entrambe le mani, e lo fissa mentre si tira indietro, rifiutando il contatto.
- Non toccarmi. – dice duramente. Poi abbassa lo sguardo, - Non… non ancora. – aggiunge piano.
Il cuore di Davide manca un battito, mentre le sue braccia ricadono inermi lungo i fianchi.
*
Mario ha insistito per venire, nonostante sia ancora parecchio scosso dagli avvenimenti di ieri. Ha rifiutato di lasciarsi toccare per tutta la notte, o anche solo semplicemente di lasciarsi aiutare, anche se era evidente quanto perfino il più semplice dei movimenti lo mettesse in difficoltà. Davide ha provato a insistere per un paio d’ora. Poi, di fronte a quello scontrarsi continuo contro il muro di gomma del suo silenzio, e di fronte alla prospettiva di continuare a rimbalzare fino all’indomani mattina, ha desistito, ma non ha avuto il coraggio di dirgli no quando stamattina Mario si è fatto trovare sulla soglia vestito di tutto punto, mormorando “in aeroporto vengo anch’io”.
Non si sono scambiati una parola mentre passavano a prendere Zlatan, Wesley e Yolanthe, ancora sonnacchiosa e dai movimenti un po’ rallentati, per accompagnarli in aeroporto. Davide ha chiacchierato con tutti e tre, tutti e tre hanno chiesto a Mario come stesse, Zlatan ha anche provato a fare ironia sugli eventuali nomi del nascituro, e Mario ha risposto stirando un paio di sorrisi, abbozzando un paio di risposte monosillabiche, fingendo di stare bene, in sostanza, quando non stava bene affatto.
Ma fra loro, niente. Non una parola. Appena un accenno di sguardo da parte di Davide – mai ricambiato, comunque.
Malpensa è affollato come sempre, il caos di suoni e odori lo rende un posto poco ospitale, dà il mal di testa a Yolanthe, che si appoggia alla spalla di Wesley e mugola contrariata. Gli chiede qualcosa in olandese, Wesley le sorride e le dà un bacio in fronte. Lei sorride a propria volta, dice “better, better” in inglese, e Davide vede scorrere fra loro una scintilla di quel filo luminoso che sempre li lega.
Gli si scioglie qualcosa sul cuore quando pensa a quello che lega Mario a lui. È un grumo denso e appiccicoso di qualcosa che non è spiacevole ma nemmeno piacevole. Che gli si attacca addosso come miele. Dolce, ma fastidioso.
Chissà se il filo che lega lui e Zlatan c’è ancora. Chissà se è ancora forte.
- Allora ci vediamo presto, ragazzino. – dice Zlatan sorridendogli e poi stringendolo tra le braccia.
Davide sorride a propria volta, chiudendo gli occhi e inalando il suo profumo.
- Non fare promesse che non puoi mantenere. – finge di ammonirlo.
Zlatan ride divertito e si allontana da lui, scompigliandogli i capelli. Poi si volta verso Mario, tendendogli ancora la mano.
- Grazie per quello che hai fatto ieri. – gli dice, - Sei stato prezioso.
Mario guarda in basso, borbottando qualcosa. Zlatan stringe la presa attorno alla sua mano, costringendolo a guardarlo nuovamente negli occhi.
- Mi raccomando, voi due. – dice.
Davide e Mario si guardano per un istante, e Davide sente una scintilla. Poi Mario guarda altrove, e la scintilla scompare.
Li osservano scomparire oltre i nastri, ondeggiando a mezz’aria una mano ogni volta che Yolanthe si volta per farlo per prima. È così carina. È così felice. Davide la guarda sorridere e si sente in pace col mondo, pensa “be’, per lei ha funzionato” e non sa bene quale sia la deriva dei propri pensieri in questo senso, ma sente che è una deriva rassicurante.
Il ritorno verso la Fondazione è silenzioso come l’andata. Prima di tornare in camera passano dall’ufficio di José, chiedendo a Pep se per caso José ha bisogno di parlare con loro in merito alla séance del giorno prima, ma Pep scuote il capo e dice loro che Mourinho è rimasto in camera, oggi, preda di un feroce mal di testa.
- Andate a riposare, - consiglia loro, - Sembrate averne parecchio bisogno.
Loro non possono controbattere senza mentire, per cui annuiscono e tornano in camera loro.
In camera, il silenzio pesa addosso a Davide in modo ancora più fastidioso. Sente qualcosa crepitare sottopelle, il desiderio di risolvere questa questione una volta per tutte, immagina, anche se non è sicuro che una soluzione davvero esista. Cos’ha da offrire a Mario, in fondo? Ha un solo cuore, ed è quello che è. Di seconda mano, stropicciato, pieno di toppe cucite storte. Quello di Mario è lucido e soffice, nuovo nuovo. Solo a toccarlo ha paura di macchiarlo.
Davide si spoglia lentamente, osservando Mario che prova a fare la stessa cosa una, due volte, e poi pianta un ginocchio sul letto, evidentemente rinunciando all’impresa.
- Posso darti una mano. – sospira, appoggiando la maglia sul letto.
- Non ho bisogno di una mano. – borbotta Mario, interrompendo il movimento per voltarsi a guardarlo con aria di sfida.
Davide digrigna i denti, stringendo i pugni.
- Ti stai comportando come un bambino.
- Non me ne frega un cazzo.
- Come sarebbe a dire? – sbotta lui, - Sei stato tu a rimproverarmi quando ti ho evitato. E adesso—
- E adesso mi dispiace di averti rimproverato, ed avrei preferito che tu avessi continuato a evitarmi.
- Mario! – Davide gli mette le mani addosso, stanco di lui, di questa cosa che trascinano, che pesa, pesa maledettamente, e non li lega, li ammanetta l’uno all’altro. Lo afferra per le spalle e lo tira in piedi, come sempre sentendo la rabbia montare ogni volta che l’espressione di Mario palesa quanto lo stupisca sentire che anche lui è forte, più forte di quello che ci si potrebbe aspettare guardandolo, e lo affronta a muso duro, ringhiandogli a un centimetro dalla faccia. – Mario, mi sono rotto il cazzo! Smettila! Ti sono venuto dietro come una fottuta babysitter per gli ultimi tre giorni, ma sei grande abbastanza da non averne bisogno, quindi dimmi qual è il tuo problema e—
- Sei tu il mio problema! – urla Mario, scrollandosi di dosso le sue mani in un gesto irritato, - Sei tu, che non capisci mai un cazzo! Quel tizio non è più—
- Zlatan?
- Ovviamente sai di chi sto parlando!
- Lo so perché è ridicolo! – ribatte lui, sconvolto, - Zlatan! Vuoi dirmi— davvero tutto questo è per quello che c’è stato fra noi?
- Quello che c’è ancora, almeno da parte tua!
- E cosa vorresti che facessi? – domanda lui, allargando le braccia ai lati del corpo, - Che fingessi di non averlo mai conosciuto, di non essermi mai innamorato di lui, di non esserci mai stato insieme?
- Sì! – grida Mario, la voce resa rauca dallo sforzo, - Sì, mi farebbe stare molto meglio!
- Non funziona così! Non funziona così fra le persone! Ed anche se fosse, tu non sei il mio ragazzo, non hai nessun diritto di—
Mario gli afferra il viso con entrambe le mani, lo attira a sé, lo bacia profondamente. È un bacio arrabbiato e bagnato, come quasi tutti i baci che si sono scambiati da quando si conoscono. Mentre risponde con la stessa furia, con la stessa fame, Davide si chiede se sia questo il nucleo del loro rapporto. Forse non è affetto, forse si detestano, e sono arrabbiati l’uno con l’altro perché non riescono a separarsi.
Indietreggia pochi istanti dopo, stringendo le mani di Mario fra le proprie. Respirano a fatica, entrambi, come si fossero dimenticati le basi stesse della sopravvivenza. Un respiro dopo l’altro, un battito del cuore dopo l’altro. Un passo dopo l’altro, Davide si allontana.
- Abbiamo bisogno di riposare. – dice. Finisce di spogliarsi dandogli le spalle. Scivola sotto le coperte senza mai guardare indietro.
In perfetto silenzio, Mario resta a fissarlo. Si rimette a letto solo quando lo crede addormentato.
*
Esce verso mezzanotte e mezza. Ha provato a dormire, senza risultati, e ha deciso che restare tutta la notte con gli occhi sbarrati ad ascoltare il respiro quieto di Mario non era un’opzione. Si è infilato un paio di vestiti a caso, tanto tutta la roba che ha va bene per quello che deve fare, ed è uscito nella notte.
Conosce la notte, la notte è rassicurante. Se cammini per i fatti tuoi, abbastanza in silenzio da non farti notare, sei come invisibile. Esattamente quello di cui ha bisogno.
L’Hollywood lo accoglie con il solito rumore, il solito aggressivo casino. Anche lui è rassicurante, immutabile nel suo ostinarsi a cambiare pelle come i serpenti restando sempre la stessa cosa. Luci e colori si avvicendano in flash improvvisi, che ottundono i sensi. Davide si lascia cullare, da loro e dall’alcool, osservando la gente che balla sulla pista, strati su strati di persone ammassate le une sulle altre che le luci stroboscopiche immortalano in istantanee che somigliano più a contorte sculture post-moderne che a persone reali.
Il primo scorcio di realtà che la serata gli offre è un sorriso e una voce conosciuta.
- Serata fiacca? – domanda Chloé, facendogli il verso.
Lui ride a bassa voce, raddrizzandosi appena.
- Ehi. – la saluta con un cenno, - Strano incontrarti qui.
- Non tanto. – ride lei, - Mi piace questo posto. Caotico, colorato. La serata finisce sempre bene. – conclude con un occhiolino frivolo, ma anche dolce, in qualche modo che Davide non è sicuro di essere in grado di spiegare.
Davide le lascia scorrere addosso uno sguardo palesemente indiscreto, studiando la sua forma minuta, le curve dolcissime, la pelle bianca come latte che fa capolino dai ricami del corto vestitino nero.
Non gli sono mai piaciute le donne.
D’altronde, con gli uomini si è sempre ficcato in un mucchio di guai.
- Io mi sono già annoiato. – le dice, - Ti va di andare via?
Lei lo guarda intensamente per un paio di secondi. Non riesce a distinguere il colore dei suoi occhi, ma profuma ancora di mandorle e zucchero filato. Allungarsi e assaggiarla è una tentazione alla quale non riesce a sottrarsi.
La bacia piano, come fosse il primo bacio che dà. Lei risponde con un sorriso a fior di labbra, guidandolo senza presunzione, senza fretta.
- Andiamo. – gli dice quindi, quando si allontanano.
Davide sente qualcosa pesargli sul petto, e deglutisce a fatica.
- Chloé, - sente il bisogno di dirle, anche se si rende conto di suonare patetico, e probabilmente anche disgustoso, - È una cosa— una cosa casuale, okay, io non—
- Non devi spiegarmi niente. – ride lei. La sua risata è melodiosa come una miriade di campanelli. – Lo so già.
Non dovrebbe essere sufficiente, ma lo è.
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