zia Lizzò ~ la leonessa sul comò ([info]lisachanoando) wrote in [info]dietrolequinte,

Fic: Principi E Principesse

Titolo: Principi E Principesse
Autrice: [info]lisachanoando ([info]lizonair)
Beta: [info]el_defe
Capitolo: 1/1.
Riassunto: Mario prova per una volta a salvarsi da sé. E stranamente ci riesce.
Fandom: RPF Calcio
Personaggi/Pairing: Mario Balotelli, Roberto Mancini.
Generi: Introspettivo.
Rating: PG.
Avvertimenti: Gen.
Wordcount: 1010
Note: Niente, boh, cioè. *ride* Potrei nascondermi dietro un dito e dire che questa storia l'ho scritta per la Maritombola @ [info]maridichallenge (actually, sì, per il prompt #73, "Le favole sono la cosa più importante della nostra vita. Anche da grandi si scrivono favole." (Roberto Benigni)), ma la verità è che, anche senza tombole e binghi di mezzo, questa storiellina l'avrei scritta comunque. Non so perché, è che boh, ogni tanto Mario mi ritorna in testa di prepotenza, e si mette a parlare a macchinetta, e io in qualche modo devo dargli sfogo, o non me ne libero più. *ride*
Vorrei dedicarla alla [info]ary_true perché sì, comunque. Avrei voluto che la leggesse in anteprima, ma non siamo arrivate a beccarci, quindi niente XD Però è comunque tutta sua.

PRINCIPI E PRINCIPESSE

Mario ha sempre creduto nelle favole. Favole un po’ strane, forse, sì, d’accordo, non certo le favole che chiunque altro racconterebbe ai propri figli nel tentativo di aiutarli a dormire, ma lui ci ha sempre creduto, ecco, nella sua personalissima visione favolistica del mondo lui ci ha sempre creduto, così come ha sempre saputo che, quando sarebbe stato abbastanza grande – non adesso, forse mai, non quantifica i tempi, e d’altronde nelle favole è tutto sempre c’era una volta, ma una volta quando?, e per sempre felici e contenti, ma per sempre da quando in poi? – quando si fosse sentito pronto, sarebbero state quelle le storie che avrebbe raccontato ai suoi bambini. Le sue.
Per Mario è importante credere nelle favole, perché lui da una favola è venuto fuori. Abbandonato da genitori troppo poveri per potersi permettere il lusso di amare un bambino che fin dalla nascita pretendeva troppo denaro anche solo per essere tenuto in vita – attaccato a tubicini troppo sottili, aperto in due su un tavolo operatorio fino a lasciargli sulla pelle segni irregolari e indelebili che si sarebbe portato dietro per sempre – poi adottato da due anziani sovrani che di figli ne avevano già avuti tre ma sembravano non poter fare a meno di un altro piccolo erede, poi cresciuto a sgomitate e calci, temprato dai campi di calcetto di una terra in cui resti negher anche quando parli lo stesso dialetto del tuo cazzo di vicino di casa, e poi trasferito altrove, in una realtà più grande, in un posto che invece coi luoghi in cui era cresciuto non c’entrava proprio niente. Un posto tutto pulitino, tutto perfettino, tanto, troppo per sentircisi a proprio agio.
E mentre lui stava lì in Pinetina a fare la principessa sul pisello e a non farsi piacere niente e a lamentarsi di quanto gli mancasse casa angosciando chiunque gli capitasse sottomano in uno stordimento di chiacchiere senza senso sulla polenta di sua madre che oh, come la faceva lei, minchia, nessuno, la favola intorno a lui si andava raccontando, e lui neanche se ne accorgeva.
E poi era successo che un giorno l’allenatore era tipo passato dal campo sul quale lui si allenava assieme a tutti i suoi compagni, e l’aveva visto. E l’aveva fermato. Ed aveva voluto parlare con lui.
- E tu da dove vieni? – gli aveva chiesto, e Mario aveva ghignato.
- Brescia. – aveva risposto, senza preoccuparsi di nascondere l’accento, anzi, sfoggiandolo sfacciatamente.
Mancini s’era fatto quasi indietro di un passo, stupito dalla cadenza inaspettata della sua voce, e poi aveva sorriso.
- Ah, Balotelli! – gli aveva detto, battendogli una pacca di quelle pesanti – di quelle da uomo – sulla spalla, - Proprio te cercavo. Vieni, vieni dall’altro lato.
E Mario era andato dall’altro lato, e da quel lato dal quale era venuto non ci era più tornato. Salvato da un principe in tuta di acrilico, senza mantello, senza cavallo e col più vezzoso ciuffo di capelli bianchi a spiovere sulla fronte che lui avesse mai visto.
*
Mario ha continuato a crederci, nelle favole, ha continuato a crederci intensamente anche quando la sua favola sembrava dovesse andargli a rotoli sotto i piedi. Quando l’idea di gestire il pallone non era neanche un problema perché tanto il pallone, al di fuori dell’allenamento, neanche lo vedeva. Quando tutti intorno a lui diventavano grandi, si laureavano campioni d’Italia e d’Europa e del mondo, e lui restava un po’ indietro, un po’ in disparte, assente a tutti gli appuntamenti importanti, in lotta con l’imperatore crudele che sembrava divertirsi a rifiutarsi di capirlo.
Mario ha continuato a crederci, anche se ad un certo punto della propria vita era arrivato a capire che i principi azzurri, specie se non hanno un cavallo e nemmeno un mantello, non puoi pretendere di restare lì ad aspettarli se non hai mai provato ad andarli a cercare.
È per questo che, a un certo punto, Mario solleva il telefono e chiama il Mancio per primo. Perché non può farcela da solo, ma non ci sta a restare principessa in un mondo in cui le principesse esistono solo per essere addobbate in trine e merletti ed esposte al fianco del loro principe salvatore.
Lui a salvarsi da solo non può riuscirci, ma può provarci, almeno, ad essere il principe di se stesso.
*
Quando arriva a Manchester, piove, e lui ha subito l’impressione di dovercisi abituare in fretta. Guarda il cielo grigio sopra la città e un po’ gli ricorda Milano, e distrattamente pensa che forse abituarsi non sarà poi così impossibilmente difficile.
Poi abbassa lo sguardo e c’è il Mancio che lo guarda con aria schifata, facendo la radiografia alla vecchia tuta da ginnastica che indossa e alle scarpe da tennis devastate dagli anni che calza ai piedi.
- Non credo di averti mai visto conciato così male. – commenta, - Si può sapere da dove vieni?
“Dritto da casa,” vorrebbe dirgli Mario, “avevo tanta fretta di partire che mi sono messo addosso la prima cosa che ho trovato, ho ficcato le prime quattro cose in vista alla rinfusa in un borsone e mi sono precipitato a Malpensa.” Ma non lo dice, perché un po’ si vergogna. Sorride, invece, e quando parla lo fa sfoggiando sfacciatamente il proprio accento come al solito.
- Da Brescia. – risponde, e nel farlo gli viene quasi da piangere. Mancini non capisce, non ricorda, forse, e a Mario non importa.
- Tu ti sei completamente rincretinito. – sospira, voltandogli le spalle e facendogli strada verso la macchina privata che li aspetta appena fuori dall’aeroporto, e Mario è così contento che potrebbe anche scoppiare, perché tutto è nuovo e ci sono mille storie che partono proprio da questo punto, e lui non vede l’ora di riuscire a raccontarsele. Poco importa che per Mancini questo momento non abbia il minimo significato, che per lui non sia un’emozione, forse non lo è stata neanche la prima volta, quando gli ha aperto le porte di una vita diversa senza stare a rifletterci poi molto, l’importante è che Mario lo sappia.
Che lo sappia. Che è stato salvato ancora. Ma stavolta è stato un po’ anche merito suo.

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[info]ary_true

January 8 2012, 01:13:03 UTC 4 months ago

Mi sono ricordata che ieri mi cercavi. Sono appena tornata a casa, dopo praticamente sedici ore fuori (di cui quattro di viaggio) (hai presente cosa sono cifre del genere per la mia vescica priva di bagno?), sto tipo svarionando malamente e ho addosso un vago senso di malessere, ma mi sono ricordata che ieri mi cercavi e allora ho aperto twitter e le mention e sono arrivata qui e insomma.
Il solo fatto che tu abbia scritto di Mario mi fa venire voglia di abbracciarti come a Pisa. È una di quelle cose che boh, mi fa venire voglia di sorridere e di piangere tutto assieme, perché in questo fandom (che poi, fandom. È così riduttivo e impreciso e stupido parlare di un fandom in questo contesto) io penso ci starò sempre dentro con tutte le scarpe e questo ragazzo, questo ragazzo è stato uno degli investimenti emotivi più devastanti di sempre e mi fa così piacere vedere che non sono l'unica che non dimentica certe piccole cose (dio mio qualcuno mi metta un tappo in bocca quanto sono melensa e tediosaaaa)
Tu hai questo modo di scrivermi Mario che mi fa impazzire. Parti da una cosa piccola, magari insignificante, e da lì affondi in modo spaventoso, direttamente fino al cuore. E poi quando parli di lui diventi proprio lui, e in certi momenti sono più le cose che dici senza dire che quelle che effettivamente scrivi, perché basta una sola parola, un semplice accento, per tirarsi dietro un mare di cose che stanno lì sul fondo, che magari nessuno vuol vedere o vuol sentire, ma che comunque non si muovono mai proprio mai. E si accumulano. E si accumulano tutte incasinate e storte, tra l'altro.
La cosa che più mi ha colpito (ma non sorpreso) è la simmetria con cui mi sono ritrovata nell'attribuzione dei ruoli e nelle considerazioni che da essi conseguono. Tante volte mi sono trovata a pensare a quello che, nel grande quadro della sua vita, sarà il posto di Mancini. Che lo ha portato in prima squadra regalandogli un sogno, e che lo ha salvato dall'autosabotaggio. E che lo sta rendendo uno dei migliori nel mondo. Per quanto il mio rapporto col Mancio sia burrascoso, devo riconoscergli che è stato una fata madrina coi fiocchi, probabilmente il miglior aiutante magico che un eroe scemo e complesso potesse desiderare. Ammettere questo però significa anche ammettere il resto, ovvero un José antagonista e un 2010 che è il punto più basso di una carriera ancora brevissima, e per quanto mentalmente siano robe ormai accettate e messe da parte, mi ha fatto un certo effetto leggere. Perché non posso non confrontare il suo punto di vista col mio. Non posso non confrontare la mia gioia selvaggia, il sapore dolcissimo e le lacrime del mio 2010 con il suo soffocare progressivo. Non posso non pensare alle lotte di José che erano per il suo bene e che sommate sono uguali al numero di spinte che lo hanno portato fuori dalla Pinetina. È così stupido, ma a distanza di anni ancora mi si stringe il cuore all'idea che i gesti di José siano stati da lui fraintesi, o peggio ancora, all'idea di non aver mai davvero colto le intenzioni di José nei suoi confronti e di essermi fatta un sacco di pippe su un'affetto e una preoccupazione che non ci sono mai state. Mi piace pensare che prima o poi Mario capirà, così come capivo io allora. Mi piace pensare di averli capiti entrambi. Mi piace pensare che nella fiaba di Mario le cose siano tutte particolari come lui, e quindi non esistano canoni e non esistano ruoli e tutti siano un po' tutto, ma soprattutto che tutti siano stati importanti. Mi piace pensare che Mario si renderà conto di esser stato Principessa, aiutante e antagonista tutto assieme, nella sua personalissima fiaba.
Ed è per questo che amo tanto la0 chiusa :') il bambino diventa grande.
Non so bene che altro dire, quindi per stanotte chiudo. Grazie mille, anche per questa bellissima e graditissima dedica. Sai che è sempre un'emozione. Ti adoro.
PS: quanto mi fanno impazzire la tuta sdrucita e le scarpe sfondate che gridano casa? Quanto? Ce le ho piantate negli occhi. Scometto che è un particolare che hai messo apposta per farmi morire ;_; :***********
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