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Fic: Innesco [1/1], Intrecci milanisti [1/24]

AUTORE: Akane
TITOLO: Innesco
SERIE: RPF-calcio: Milan
TIPO: one shot, pre-slash
PAIRING: Alexandre Pato, Zlatan Ibrahimovic
RATING: x tutti
DISCLAMAIRS: i personaggi non sono miei ma di loro stessi poiché reali, io ho solo immaginato!
NOTE: Non saprei spiegare di preciso perché, forse mi attira il fatto che mister Allegri non li mette quasi mai in formazione insieme e quindi nell’immaginare i retroscena di queste scelte particolari, i film sono cominciati. Non sapevo proprio come fare, però, e poi è arrivato il tragico ennesimo stop di Pato, povero caro. Vi auguro buona lettura.
Baci Akane


Avrebbe volentieri camminato su e giù come un matto per sfogare il terribile nervoso che provava, se avesse potuto.
Peccato che non arrivava visto lo stiramento, l’ennesimo.
Non era umanamente possibile, si ripeteva che era fuori da ogni logica una cosa simile.
Quando aveva sentito che cominciavano a circolare i numeri, si era sentito male.
Undici stop in due anni… avevano tutti dannatamente ragione nel dire che era qualcosa di inaccettabile.
Insomma, delle domande qualcuno se le doveva fare, no?
Lui aveva il terrore di farsele ma che le avesse compiute o meno qualcuno comunque se le stava già tirando fuori. E sicuramente stava anche rispondendo.
L’idea che il mister stesse chiedendo proprio in quel momento al presidente di venderlo e comprare un altro al suo posto di più resistente, lo stava ormai mandando fuori di testa.
Non riusciva a smettere di pensarci, era diventata una sua fissa.
Già dall’ultima volta che si era fatto male e si era fermato aveva cominciato a pensarlo, poi la relazione con Barbara era arrivata più che provvidenziale.
Non era un subdolo machiavellico figlio di puttana che usava le persone per i suoi sporchi scopi.
In molti nel suo ambiente lo erano, stronzi, corrotti e doppiogiochisti.
Lui non ci sarebbe mai riuscito, però doveva ammettere che si era sentito schifosamente meglio quando era cominciata quella cosa con Barbara proprio quando si era convinto di essere in pericolo lì al Milan.
Ok, se fosse stato messo da parte dal suo club sicuramente sarebbe arrivato qualcun altro a comprarlo, non sarebbe certo finito come giocatore, però doveva ammettere che non era tanto scontato poter continuare a far carriera con tutte quelle rotture fisiche.
Gambe fragili… delle dannatissime gambe fragili potevano davvero pregiudicare il lavoro di una vita, il sogno di una vita… bè, una vita intera proprio?
Sospirò sempre più nervoso.
Non sapeva come sfogarsi eppure ne aveva bisogno, peccato che non potendo usare un metodo fisico, non sapeva proprio che fare.
Contemplò l’idea di lagnarsi con qualcuno e subito vari visi gli scivolarono davanti agli occhi… e con tanta facilità lui li scartò per diversi motivi…
Barbara poi avrebbe pensato che la stava supplicando di non venderlo, non poteva… oltretutto ora che era proprio lei il boss nel club, colei che aveva potere di vita e di morte su tutti, il loro rapporto aveva subito una brusca svolta. Più che svolta era ormai diventato tutto strano.
Quando si vedevano evitavano accuratamente di parlare di tutto ciò che riguardasse la squadra, peccato che essendo una il presidente di un club calcistico e l’altro un giocatore chiave dello stesso, era decisamente difficile evitare di parlare di ciò che albergava in prevalenza nelle loro teste!
Di conseguenza quando Alexandre aveva qualcosa che lo alienava che centrava col suo lavoro, evitava Barbara come la peste.
Non poteva parlarne con lei, specie dei suoi problemi come calciatore. In ogni caso, in qualunque modo l’avrebbe vista, sarebbe stato fuori luogo per chiunque, lei per prima.
Di conseguenza lei era fuori discussione.
Ma se non poteva andare da lei quando aveva i problemi più grossi -posto che per lui quelli più grossi erano proprio quelli legati al calcio- che razza di rapporto era?
Insofferente mise da parte anche queste considerazioni per dirigersi, sempre mentalmente, al prossimo nome.
In squadra senz’altro quello da cui tutti andavano per… bè, per ogni cosa, era il Ringhio!
Oddio, tutti lo chiamavano così ma lui era uno di quelli che si sentiva un imbecille a farlo, per cui lo chiamava semplicemente Rino.
Poi ad ognuno capitava il proprio nome, bello o brutto che fosse… come le disgrazie, insomma…
Da lui tutta la squadra andava per ogni cosa, sia che fossero cose belle che fossero cose brutte. Era il centro emotivo di tutti, veniva coinvolto da ogni membro del gruppo, perfino dalle riserve delle riserve!
Il vero capitano era lui, il sostegno principale, la gravità, ogni cosa.
Ma ora che aveva anche lui problemi col suo occhio come poteva essere pronto a sostenere le sue menate?
Perché sapeva cosa gli avrebbe detto, se lo figurò mentalmente: una smorfia, una pacca troppo forte sulla spalla e una sparata del tipo ‘fatti meno seghe mentali e più fisiche, cazzo! Tu pensi troppo!’ e poi avrebbe sparato una qualche altra sua cazzata.
Un forte sostegno.
No, in realtà i suoi modi che semplificavano ogni peso insostenibile erano essenziali e davvero molto utili, lo sapeva, tutte le altre volte che si era infortunato era stato il primo a venire da lui e dirgli di non fare il coglione e non pensare minimamente di essere una merda solo perché si rompeva sempre.
Quelle parole tanto grezze quanto indispensabili per non buttarsi effettivamente giù erano sempre ben accette.
Era sempre stato il piccolo del gruppo, da quando era arrivato, anche ora che era un po’ più grande continuava ad esserlo e gli piaceva, ma questo loro coccolarlo e tenerlo nell’ovatta alla fine non l’aveva aiutato davvero a crescere e a farsi le ossa.
Spesso lo pensava.
Le cazzate le aveva sempre fatte ma poi loro l’avevano ogni volta tolto dai casini.
Quando si era sposato con quella puttana della sua ex moglie loro avevano cercato di avvertirlo e dirgli che era… bè, una puttana, ma poi quando gli avevano aperto brutalmente gli occhi se l’erano preso tipo soldati di guerra e l’avevano aiutato ad affrontarla e a buttarla fuori dalla sua vita.
Anche poi quando lei aveva fatto di tutto per rovinarlo, loro erano sempre stati lì con lui a corazzarlo, a tirarlo su e a impedire che si deprimesse.
Erano sempre stati preziosi.
Lui li adorava, tutti, per questo l’idea di andare in qualche altro club lo mandava in confusione.
Quella era la sua famiglia, non poteva andarsene, punto e basta.
E non era proprio per Barbara a cui pensava solo in secondo o terzo luogo.
Era proprio per loro, per quell’atmosfera, per quella casa che gli avevano costruito intorno.
Ma ora erano più loro quelli pieni di problemi, era un momento duro per tutti e quelli che non avevano un qualche cataclisma calato addosso dovevano pensare esclusivamente alla squadra e a fare bene proprio perché in pochi ed in una situazione critica.
Peggio di come avevano fatto, non avrebbero potuto iniziarlo il campionato. Non voleva disturbarli.
Scartò quindi anche chi stava bene, come Antonio che pareva convinto di dover fare le veci di Rino in sua assenza, o di chiunque altro.
Quelli nuovi naturalmente erano ancora pressoché estranei, in effetti faticava a legare con chi non conosceva. Sarebbe potuto sembrare strano ma era piuttosto timido, per questo all’idea di cambiare club, fra le altre cose, lo mandava in crisi.
Non sarebbe mai riuscito a legare con nuove persone come aveva fatto con tutti loro.
Vagliati tutti quelli con cui riusciva a confidarsi, non rimase praticamente nessuno se non un volto.
Un volto dai lineamenti decisi almeno quanto le sue espressioni che definire spesso rabbiose ed inquietanti era dire poco.
Era il secondo anno, quello, che Zlatan passava con loro, ma nonostante questo non era riuscito a legare molto con lui. Se ne preoccupava perché perfino con Antonio gli erano bastati pochi mesi per legare. Certamente erano caratteri diversi, quest’ultimo infatti era del sud e si sapeva che contava tanto questo genere di cose. Molto più facile ad instaurare rapporti con chiunque. Aveva notato che aveva fatto amicizia subito persino con Zlatan, per l’appunto.
Lo inquietava, non c’era niente da fare ed infatti il mister notandolo li aveva impiegati pochissime volte insieme.
Si massaggiò il mento dove un leggero velo di barba scuriva la sua pelle dandogli un aria meno fanciullesca.
Si era irrobustito molto negli ultimi anni, fisicamente era cresciuto eppure le sue gambe continuavano costantemente a dargli un sacco di problemi.
Tornò sul problema principale di prima.
Con chi diavolo andava a sfogarsi?
Aveva bisogno di qualcuno, dannazione… perché lui aveva sempre bisogno di qualcuno. Era un classico, una costante. Lui da solo non sapeva starci ma non soltanto. Non sapeva affrontare una sola situazione che fosse una.
Quando c’erano casini come risse che coinvolgevano un paio dei suoi in campo, lui se ne stava accuratamente alla larga e se poteva si nascondeva al sicuro negli spogliatoi. Questo era un esempio plateale del tipo che fosse.
Non codardo… lui preferiva definirsi poco coraggioso.
Sostanzialmente sempre bisognoso di qualcuno accanto, tutto lì.
Per questo, forse, aveva avuto così difficoltà con Zlatan. Erano proprio agli antipodi.
Quello era il condottiero per eccellenza, quello di cui gli altri avevano bisogno per le loro battaglie, non quello che chiedeva aiuto.
Per questo considerava il calcio uno dei pochi ambienti dove si sentiva semplicemente bene ed in pace, perché era una di quelle cose -se non l’unica- che gli veniva alla grande, dove poteva dimostrare un valore importante, dove si mostrava degno non solo di nota ma anche di tutto quello che aveva. E sapeva di avere tanto.
Il calcio era il suo mezzo per guadagnarsi ciò che abbondava nelle sue mani e di questo ne era talmente cosciente che all’idea che il proprio fisico inadeguato gli togliesse tutto, andava nel panico più autentico.
Cercava di non dimostrarlo davanti a terzi, specie giornalisti e staff, ma non era facile.
Voleva solo dare l’idea di uno che finalmente non era più un bambino bensì un uomo, ma non era facile, per niente, specie perché a volte bambino ci si sentiva ancora. Spudoratamente.
Ripensò alle poche volte che aveva giocato con Zlatan ed una strana nota di calma si fece strada in lui.
Era vero che non avevano legato molto, cioè non come con gli altri, ma non c’erano mai stati dei veri e propri ostacoli fra loro, anzi… erano sempre riusciti a comunicare anche se forse solo per quel che riguardava il calcio, al di là di quello non si ricordava di avere mai avuto contatti con lui. Non degni di quel nome.
Però in campo era sempre andata bene.
Certo, le poche volte che avevano giocato insieme.
Anche quando avevano segnato insieme avevano festeggiato alla grande, non c’era mai stata l’ombra della tensione fra i due, anzi. Ricordava precisamente la sensazione di sicurezza che gli aveva dato giocare con lui.
Alzò la testa e si decise.
Poteva essere la più grande cazzata della sua vita -e di cazzate grandi ne aveva fatte- ma se non altro poteva essere un’ottima occasione per provare ad instaurare un rapporto decente con lui anche al di fuori del campo. Delle poche volte in cui stavano insieme fuori, cioè.
Senza pensarci oltre, prese il cellulare e gli scrisse la prima cosa che gli venne in mente:
‘Che fai? Ti va una cosa a casa mia?’
Non lo vide come una richiesta strana, insolita o quant’altro ma anzi ben chiara e semplice.
Spesso la sua ingenuità rasentava quella dei cartoni animati!
Ecco perché si trovava talvolta in guai così grossi, vedi la sua ex moglie che gli succhiava quanti più soldi poteva, e non erano certo pochi.
Oltretutto non vedeva il suo chiamarlo ora come un gesto disperato, tanto meno come un ‘ultima carta’… per lui era solo un tentativo.
Di cosa, poi, non ne era tanto sicuro, ma tale era, i dettagli non contavano!
Mise presto da parte l’idea Zlata Ibrahimovic per immergersi nel mondo dell’unico con cui avrebbe sinceramente voluto parlare.
Ricardo.
Riky era sempre stata la sua prima scelta, quando se ne era andato era stato un duro colpo.
Non solo la sua prima scelta per ogni cosa e l’esempio da emulare in quanto più poteva -sorvolando sulla questione fede visto che nessuno poteva star dietro alla sua, non tanto per quella in sé ma per quanto smisurata fosse!- ma un vero e proprio punto di riferimento, la sua stella polare.
Forse perché entrambi brasiliano e perché giocavano insieme anche in nazionale, forse perché anche Riky era arrivato al Milan che era un ragazzino e lì era cresciuto, come lui. O forse perché semplicemente lui sapeva entrare nel cuore di chiunque e diventarne il suo punto di riferimento.
Tutto lì.
Per un momento provò ad immaginarselo ancora con loro.
Sarebbe riuscito a legare subito persino con Zlatan con cui tutti all’inizio avevano avuto problemi. Allo svedese sarebbe piaciuto di certo, ne era convinto.
Dio, quanto era stato male quando se ne era andato…
Ricordava che quando era giunta la notizia ufficiale, arrivatagli per altro da un’altrettanto sconvolto Rino, si era sentito mancare ed in lacrime -come le cascate del Niagara!- si era precipitato da lui abbracciandolo infantile come un bimbo.
Perché? Gli aveva ripetuto come una litania.
E lui con dolcezza e delicatezza l’aveva consolato e gli aveva risposto che c’erano momenti di svolta nella vita di ognuno e che sentiva il bisogno di andare avanti per crescere ancora un po’ e imparare qualcos’altro in un ambiente nuovo.
L’aveva vista come una mezza verità ma non aveva assolutamente mai saputo il resto, convinto solo che poi un resto ci fosse stato.
Ad un certo punto si era anche messo in testa che scappasse da qualcosa.
Idee assurde deliranti.
Però non era riuscito ad avercela seriamente con lui, non ce l’aveva proprio fatta perché il sentimento d’amicizia che aveva provato per lui era stato così forte ed enorme che nemmeno il senso del tradimento l’aveva rotto. Si era sciolto in lacrime, se ne era dispiaciuto fino all’anima, ci era stato di merda come non mai, ma non ce l’aveva mai avuta veramente con lui e di questo Riky gliene era stato grato, anche se non gli aveva facilitato comunque la partenza.
Ricordava bene quanto dura era stata lasciarli.
E Ricardo se ne era andato di sua iniziativa, non praticamente cacciato via a calci come sarebbe potuto succedere a lui se il suo fisico del cazzo avrebbe continuato a spezzarsi così tante volte.
Con gli occhi lucidi al ricordo del suo amico, lo stesso effetto che gli faceva ogni santa volta che ci pensava -in qualunque modo gli capitasse- si disse che oltretutto non era messo meglio di lui. Aveva passato due anni d’inferno, costantemente con mille problematiche fisiche, con la sua permanenza a Madrid ogni giorno più labile e con chissà quanti altri problemi legati al mister-orco -tale l’aveva sempre considerato lui in effetti-.
Però ce l’aveva fatta, sapeva che aveva superato tutto. Seguiva sempre la sua progressione al Real Madrid e ne era orgoglioso anche se gli faceva sempre male.
Ora sembrava si fosse ripreso ed era certo che avrebbe fatto vedere il suo vero valore, il suo vero viso, il vero Ricardo Kakà.
Se lo meritava.
Come pensò a questo, che persino lui con gli stessi suoi problemi ce l’aveva fatta, si sentì immediatamente meglio, come se un peso gli fosse stato tolto.
Ancora una volta, seppure indirettamente, merito di Riky.
Non poteva farci niente, lui sarebbe sempre contato come pochi nella sua vita.
Anche da lontano, anche senza sentirlo regolarmente, anche senza il rapporto di prima, continuava a guidarlo e a dargli la forza necessaria per affrontare i problemi nel modo giusto.
Sereno, anche se con ancora una piccola ombra sul viso, venne interrotto bruscamente dal campanello.
Completamente dimenticato di Zlatan, si alzò non avendo la minima idea di chi potesse essere. Oltretutto non è che gli avesse risposto…
Quando si ritrovò il suo viso davanti impallidì mentre lo stomaco gli si contrasse in una stupida morsa imbarazzante.
Si sentì andare a fuoco come una scolaretta e si insultò per l’effetto che gli stava facendo.
Che diavolo andava ad emozionarsi tanto per una visita a sorpresa?
Certamente non se l’era più aspettato, non si era nemmeno preparato seriamente -e lui aveva sempre bisogno di prepararsi per tutto!- però ugualmente sentirsi così annientati era da perfetti idioti.
Pregò che il suo stato pietoso non fosse evidente e si disse di tutto per averlo chiamato e chiesto di passare.
- Che c’è? - Chiese Zlatan brusco senza preamboli.
“Ma deve per forza sempre andare subito al sodo, questo?”
Arrossì e ne fu conscio, quindi nel cercare di gestirsi si dimenticò le buone maniere alla disperata ricerca di una valida risposta.
Vedendo che non rispondeva ma che lo fissava come un completo idiota, Zlatan seccato riprese:
- Mi hai detto se mi andava una cosa a casa tua, di che diavolo si tratta? -
Non sembrava minimamente vicino alla verità. Alexandre capì stranamente subito che Zlatan non aveva capito la natura della sua richiesta, ma non aveva comunque messo a fuoco cosa invece avesse interpretato.
- Ecco… - Cercò comunque di dire qualcosa e grattandosi la nuca spaesato ed ancor più imbarazzato di prima, mormorò impacciato: - avevo bisogno di parlare con qualcuno e… -
Zlatan sgranò gli occhi e non nascose il suo stupore. Non che sembrava capace di nascondere qualcosa, in effetti….
- Parlare?! -
Alexandre sgranò i propri apparendo più piccolo e più ‘cucciolo’ del solito, quindi con il viso ormai in fiamme -e dannazione non riusciva nemmeno a capire perché cazzo dovesse essere tanto imbarazzato!- balbettò:
- S-sì… p-parlare… perché? - Era così strano parlare? Si chiese fra sé e sé sentendosi improvvisamente stupido anche a fare quella domanda. A Zlatan sembrava tanto ovvio… perché lui non ci arrivava, invece?
- Niente… è solo che è strano… e poi… -
Sembrò soppesare, stranamente lui stesso in difficoltà, evento storico, l’idea di aggiungere qualcosa. Cosa a cui Alexandre si aggrappò con tutto sé stesso sperando che fosse qualcosa che lo traesse in salvo. Altrimenti avrebbe dovuto chiedergli perché era strano, e poi cosa avrebbe detto?
- E poi? - Chiese ansioso, ancora guardandolo con quei suoi occhi troppo grandi per uno che bambino non lo era più, in teoria.
Zlatan tornò a fissarli con più attenzione dopo aver fatto tutto il giro della parete e della porta aperta. Ma perché dovevano capitargli persone così ingenue e fuori dal mondo?
Alla fine, massaggiandosi il collo con una mano, si mandò al diavolo e rispose sincero com’era nel suo stile:
- E poi il tuo messaggio non era chiaro… sembrava… -
Alexandre sperava ancora che quelle frasi sospese invece che scavargli la fossa lo togliessero dai guai, ma ancora una volta si scontrò con la dura realtà.
- Sembrava? - Che poi anche a lui non era chiaro cosa era sembrato, a quel punto…
Zlatan esasperato e senza più resistere oltre, rispose schietto ed accusatorio:
- Cazzo, Alex, sembrava volessi fare chissà cosa! -
Alexandre si aggrappò come un disperato alla vaga possibilità che non fosse ancora chiaro cosa intendesse, ma forse questa volta si ostinava lui a non volerlo vedere perché non aveva la minima idea di come affrontarlo.
Sempre rigido lì all’ingresso e stringendo lo stipite come un ossesso, chiese con un filo di voce e quel suo famoso sguardo troppo ingenuo.
- Tipo? -
Lì Zlatan ebbe un paio di istinti da galera ma si impose con forza di non seguirli, alla fine prendendo un profondo respiro tornò a guardarlo e nel rispondergli ogni cosa fu mandata a quel paese proprio dal modo in cui lo guardava.
Perché diavolo doveva fargli quell’effetto il suo sguardo?
Solitamente le persone così gli erano completamente indifferenti mentre legava molto meglio con quelli più aperti e risoluti. Lui amava le idee chiare.
Cos’era quel cosino che gli stava davanti che non sapeva forse nemmeno come ci si alzava il mattino?
- Porca puttana, sembrava una cosa che non mi avresti mai proposto! Per questo mi sono precipitato! Ero convinto ti fossi bevuto il cervello! -
Alexandre ora capì e nel momento in cui gli fu tutto chiaro ripensò al proprio messaggio e a cosa era potuto effettivamente sembrare ed andò ufficialmente nel panico. Non riuscì a spiccicare mezza parola e rosso come un pomodoro maturo scivolò all’interno della casa coprendosi il viso con le mani, piantandolo in asso come se fosse solo una visione od un sogno.
Zlatan rimase lì imbambolato e senza parole da quella reazione, quindi dopo qualche secondo dove non ricompariva, si affacciò attento per capire cosa fare.
Lo vide appoggiato col viso contro il muro e le mani ancora a coprirselo, rigido come una corda di violino e probabilmente nel panico più totale per l’imbarazzo peggiore che avesse mai provato.
Certo con ‘ti va una cosa a casa mia’ uno poteva intendere di tutto, ma era proprio quel ‘di tutto’ che lasciava libertà a troppe interpretazioni, il problema. Anche perché se uno voleva parlare chiedeva ‘ti vanno due parole?’ o al massimo ‘ti va di bere qualcosa da me?’. Magari avrebbe pensato male lo stesso ma in quel caso sarebbe stata colpa della sua mente malata.
Così Alex era stato troppo equivoco.
- Alex? - Chiese titubante non sapendo cosa fare.
Dal ragazzo girato contro il muro della porta aperta vicino all’ingresso, nessun cenno. Zlatan pensò che dopotutto non poteva lasciarlo così, quindi entrò e si avvicinò, gli sfiorò la spalla e l’altro sussultò come se gli avesse tirato un pugno al fianco.
Tolse subito la mano pensando di aver usato inavvertitamente troppa forza ma tornò a chiamarlo. Non era bravo in quel genere di cose, lo seccavano enormemente, non potevano essere così insicuri ed ingenui e non sapere cosa facevano e affrontare il mondo senza avere la precisa visione della sua pericolosità.
Come diavolo viveva quel ragazzino?
Sembrava davvero non sapere come si facesse…
- Dai, non importa… capita di far casino e di esprimersi male… - Lui si riferiva più ad un lato pratico come alla difficoltà tecnica di comunicazione. Non erano italiani né tanto meno della stessa nazionalità, di conseguenza poteva essere che ci si capisse male, ma soprattutto lui all’inizio della sua permanenza in Italia aveva sparato strafalcioni che avevano sempre fatto ridere i suoi compagni di squadra.
Peccato che Alexandre dovesse averlo capito in un altro senso e tirandosi via dal muro si girò verso di lui tornando a fissarlo con quei suoi grandi occhi ingenui ed imbarazzati, il colorito e l’espressione colmi di vergogna certo non l’aiutava e sentendosi una volta di più in difficoltà davanti a lui, rimase senza parole, turbato, a non saper cosa fare e come porsi.
- E’ che a volte do per scontato le cose e penso che gli altri mi capiscano al volo… so che è da egocentrici ma… - In effetti lo era ma Zlatan con la visione dell’egocentrismo fatta persona ben chiara in mente, il vero egocentrismo, si mise a ridere perché quel tipetto ne era lontano anni luce.
Alexandre non capì perché ora ridesse e ci rimase male non sapendo come interpretare tale atteggiamento spontaneo!
Rimase di sasso a guardarlo ridere e pensò che così non sembrava tanto inquietante, anzi… lo vide con tutt’altra luce, più rilassante e amichevole, e gli piacque. Gli piacque perché non era più di un altro pianeta.
- Per…perché ridi? - Chiese poi con un filo di voce.
Zlatan senza esitare rispose subito ancora divertito:
- Perché conosco uno che è l’egocentrismo fatto persona e ti assicuro che tu non gli somigli nemmeno vagamente! - Naturalmente si riferiva a José Mourinho ed aveva ragione a dire che erano completamente diversi!
- Vuoi dire che non sono egocentrico? -
Chiese sperandoci.
Zlatan smise di ridere distratto da quella domanda e cercando una risposta la diede senza prima assicurarsi che non fosse tragicamente diretta.
- Sì che lo sei ma in modo diverso da un vero egocentrico. Più che altro non sai stare al mondo. Sei solo un principino viziato, tutto qua! Non hai la completa visione di ciò che ti circonda! Per questo spesso fai cazzate da cui poi i tuoi cavalieri serventi ti devono tirare fuori! - Con questo dimostrò brutalmente di sapere ogni cosa lo riguardasse, come se fosse stato attento a quello che gli era capitato o se si fosse magari anche informato.
Alexandre rimase senza parole, rigido come un manico di scopa a fissarlo con quello sguardo da bambino impressionato sull’orlo di uno scoppio colossale. Zlatan pensò che gli mancava poco per vedergli tremare il mento e spaventato dall’idea che si mettesse veramente a frignare alzò le mani in segno di scuse, cercando di rimediare un pessimo tiro.
Dannazione, a volte doveva pensare le cose prima di dirle. Non lo conosceva bene, non sapeva come poteva prenderle.
Anche se… ci arrivò solo dopo.
Che gliene fregava se le prendeva bene o male?
Normalmente se ne sbatteva sempre. Ora perché no?
- Scusa, ecco, ora forse mi sono espresso male io. - Il massimo che aveva saputo fare. Questo però basto al più piccolo che tornando a respirare lo guardò meno spaventato ed impressionato.
Ora i suoi occhi avevano una dimensione accettabile.
- Immagino che da qualche parte ci fosse un sottinteso che per te era ovvio e per me no… - Disse con un ragionamento un po’ contorto come gli capitava spesso di farne.
Zlatan lo fissò interrogativo non avendo ben chiaro che diavolo intendesse, ma non avendo la minima intenzione di cacciarsi ulteriormente nei guai, annuì con vigore:
- Eh sì, proprio così… - Sperando che non gli chiedesse i particolari di ciò che intendeva.
Così fu per sua fortuna.
- Bè, comunque volevo solo fare due chiacchiere con te… cioè non ti avrei rotto le scatole però ne avevo davvero bisogno e tu… - Ma al momento di dirgli perché lui, proprio non seppe più proseguire.
Zlatan avrebbe dannatamente voluto sapere perché, ma al preciso istante in cui glielo stava per chiedere sfacciato e perentorio, dei fari illuminarono il vialetto della sua villa interrompendoli.
Alexandre uscì di casa per vedere chi fosse arrivato e Zlatan imprecò nel sentire la voce ormai nota di Barbara Berlusconi. La ragazza di Alexandre nonché il suo gran capo.
Non si spiegò lì per lì perché tanto fastidio, si disse solo che avrebbe dato non so cosa per avere quella risposta.
Perché aveva chiamato lui alla fine per parlare?
E di cosa?
Ma quando li vide scambiarsi un bacio sulla porta, capì che ormai sarebbe stato di troppo e senza fare la minima piega o dimostrare di voler proseguire il dialogo, li salutò sbrigativo e prima di dar loro tempo di dire o fare qualunque altra cosa, se ne andò in fretta.
Qualunque cosa fosse successa, entrambi ci pensarono a lungo senza naturalmente venirne a capo.
Troppo confusa, piccola e tenue per comprenderla già allora.


AUTORE: Akane
TITOLO: Intrecci milanisti
SERIE: RPF-calcio: Milan
TIPO: long fic (24 capitoli), slash, lemon
PAIRING: Alexandre Pato, Zlatan Ibrahimovic, Thiago Silva, Robinho, Kevin Boateng, partecipazione di Antonio Cassano
RATING: NC17
DISCLAMAIRS: i personaggi non sono miei ma di loro stessi poiché reali, io ho solo immaginato (un bel po’ di cose)!
NOTE: ben 24 capitoli da più o meno l’inizio del campionato di quest’anno, di preciso dopo che Pato si è fatto male. Inizialmente dovevo solo scrivere il seguito di quella qui sopra, però poi si sono inseriti Robinho, Thiago e Kevin e di tanto in tanto pure Antonio, così alla fine sono andata avanti ad intrecciare ed incasinare le cose divertendomi mica poco! Ad un certo punto non capirete quale sarà la coppia, poi invece tutto apparirà chiaro, certe cose forse saranno scontate altre dei colpi di scena. Troverete riferimenti precisi a cose effettivamente accadute nell’arco di questo periodo. I capitoli sono basati principalmente su un personaggio od una coppia per volta che dà il titolo allo stesso, accompagnato da una foto che li riguarda. Ed io sapevo che una volta che avrei messo mano al mio adorato Milan non avrei più smesso… che volete farci, son fatta così! Buona lettura. Baci Akane



INTRECCI MILANISTI

CAPITOLO I:
ALEXANDRE RODRIGUES - PATO

Alex

Da quel momento non fece che pensarci costantemente.
Cioè, fra le altre cose…
Le non facce del mister erano la prima cosa, cioè cercare di capire da uno a mille quanto fosse seccato Massimiliano Allegri del suo nuovo infortunio era essenziale. Da questo poteva dipendere l’intero andamento annuale calcistico!
Ma l’allenatore zen/faraonico non dava cenni di vita in viso e non poteva ancora minimamente capire che cosa gli passasse per la testa.
In secondo luogo pensava al suo infortunio ed a tutti i precedenti e a quanti ancora ne avrebbe avuti e quanto in pericolo la sua carriera a quel punto fosse.
In terzo c’era Barbara. Stava bene con lei ma ormai il pensiero che lei fosse il capo del club lo tartassava quasi costantemente e quando stavano insieme non sapeva più quasi come porsi e cosa dirle. Prima che era solo semplicemente la figlia del presidente era diverso, ora che stava prendendo le redini della baracca era tutt’altra cosa.
In quarto luogo c’era lui, l’uomo più inquietante in cui si fosse mai imbattuto.
Zlatan Ibrahimovic.
Uno che diceva in tutta tranquillità che se un allenatore -e nello specifico José Mourinho il che era tutto dire- gli avesse chiesto di uccidere lui l’avrebbe fatto davvero, -considerando che il suddetto avrebbe anche effettivamente potuto chiederglielo!- inquietava dannatamente. Specie perché l’aria da serial killer su commissione spesso e volentieri l’aveva!
Però quel giorno in cui era stato particolarmente fuori di sé e senza la possibilità di parlare con Rino o Antonio o chiunque altro aveva istintivamente scritto quell’assurdo messaggio super equivoco a Zlatan e lui era venuto fraintendendo le sue intenzioni… bè, quel giorno gli era rimasto in mente più di tutti gli altri.
Chi era il problema fra i due?, aveva cominciato a chiedersi… ovvero… se Barbara non fosse arrivata in quel momento avrebbero poi parlato, alla fine?
Gli era sempre rimasto sullo stomaco il non-dialogo finale, il fatto che se ne fosse andato via così di fretta. Del resto era arrivata lei, che ci poteva fare lui lì con loro? Questo, per quanto ingenuo fosse, lo capiva. Quello che lo incuriosiva era il discorso che sarebbe potuto uscire quella sera.
Magari avrebbero fatto finalmente un po’ di vera amicizia!
Ormai era andata, qualunque cosa fosse potuta scattare quella sera non sarebbe successo, di conseguenza a che serviva pensarci?
Eppure… eppure che diavolo di problema aveva con lui?
Ok, lo inquietava.
Anzi, spesso lo terrorizzava istintivamente tanto che il mister se ne era accorto. E forse chiunque altro. Però perché!?
Dopotutto lo vedeva ridere e scherzare tranquillamente con Antonio e Rino e anche altri della squadra. Solo con lui non c’era praticamente comunicazione se non sul campo e per ciò che riguardava quindi prettamente il calcio.
Ed invece con Antonio, per dire, sembravano spassarsela sempre.
Non era raro che Zlatan si avvicinasse al barese dicendogli qualcosa con quella sua aria di natura minacciosa e tenebrosa ma poi l’altro sparava una delle sue cavolate finendo per ridere insieme. Cioè, non era un vero mostro.
Però quando capitava che parlassero loro e che lui avesse quelle sue famose espressioni -se il mister non ne aveva Zlatan ne aveva anche per lui!-, Alexandre altro che fare una battuta distensiva. Annuiva a scatti e monosillabico diceva che aveva capito!
Sospirò… magari Antonio poteva illuminarlo su come facesse… cioè, posto che per gli infortuni non potesse farci nulla, che per Barbara fosse meglio non pensarci affatto e che sulle non facce del mister nei suoi confronti -ed in quelli di tutto il resto del mondo- era un discorso perso in partenza, si concentrò alla fin fine sull’unica cosa sulla quale poteva, forse, lavorare con un piccolo aiuto.
Rino continuava ad avere problemi all’occhio e non voleva disturbarlo, mentre Antonio, ora che Zlatan era tornato in squadra, aveva decisamente molti pensieri in meno. Poteva dargliene ben un paio dei suoi!
Detto fatto gli scrisse un messaggio di slancio, di nuovo senza pensarci e, sempre senza pensarci, scrisse la stessa identica cosa dell’altra volta. Perché sebbene si sforzasse di crescere, fra il dire ed il fare c’era di mezzo una galassia intera, per lui!
Così al ‘Che fai? Ti va una cosa a casa mia?’ Alexandre si vide rispondere subito da Antonio:
‘Ma lo chiedi anche? Passo a prendere i preservativi che li ho finiti e vengo!’
Alexandre arrossì fino alla sottocute leggendo la risposta sul cellulare e pietrificato si chiese quanto fosse serio e quanto scherzasse. Si aggrappò disperatamente al fatto che quel fenomeno da circo scherzava sempre, ma doveva ammettere che scrivere una cosa simile aveva proprio dell’assurdo.
Poi ci pensò.
“Cazzo, allora era a questo che Zlatan ha pensato l’altro giorno! Oh mio Dio!”
Andò nel panico più totale e solo quando il campanello fu suonato una cinquantina di volte di seguito, il ragazzo si risvegliò e come uno zombie andò ad aprire.
Antonio non si fece invitare ad entrare ed accomodandosi da solo con un’aria assolutamente divertita e maliziosa, lo fissò finchè l’altro sconvolto gli chiese sincero:
- Ma è davvero questo che sembrava il mio messaggio? - L’altro che si aspettava una domanda simile accompagnata ad una faccia del genere -decisamente il mister doveva prendere lezione dai suoi ragazzi- rise di gusto prima di rispondere ironico:
- Vuoi dire una proposta per fare sesso sfrenato? Sì! -
Alexandre in seria difficoltà sul lasciarsi andare allo shock o rimanere presente, disse in stile robotico e rigido come un manichino mentre i colori alimentavano il suo delizioso viso brasiliano:
- E perché sfrenato? - Antonio non dovette pensarci.
- Perché con te chiunque lo vorrebbe fare sfrenato! - Effettivamente nel maturare fisicamente, oltre ad un corpo atletico e decisamente degno di nota, anche il suo viso si era definito meglio rendendosi più che interessante.
Ora il piccolo faceva la sua gran bella figura e non sembrava un pulcino appena uscito dall’uovo!
Alexandre impacciato perfino con lui davanti a tale argomento imbarazzante, disse:
- Ma comunque scherzavi, vero? -
Per Antonio ormai era difficile smettere di ridere e cingendogli il collo gli stampò un sonoro bacio a schiocco sulla fronte:
- Se vuoi che fossi serio lo ero! -
Il brasiliano si rilassò subito capendo che stava solo giocando e accompagnandolo al suo enorme salotto dove invitava spesso e volentieri i suoi amici perché solo si angosciava, prese subito quello che sapeva gli piaceva da bere e glielo versò.
Antonio accomodato subito nel divano spaziale del ragazzo, cominciò a parlare a ruota libera come di consueto prendendosi la libertà di dargli un paio di dritte:
- Allora, caro il mio fratellino… - esordì infatti spigliato chiamandolo come di tanto in tanto faceva per istruirlo: - se scrivi cose simili la gente malata può pensare che sia una proposta oscena. Quella meno malata può pensare che ti sei bevuto il cervello. In ogni caso tutti penseranno male, a meno che non ti conoscano e non sappiano che tu, solitamente, non ragioni perché sei convinto che gli altri ti leggano nel pensiero! Soluzione: prima di scrivere pensa e sii chiaro. Se vuoi scopare con qualcuno dì ‘prendi i preservativi’ se invece ci vuoi solo parlare dì ‘ho bisogno di un confessionale!’ Vedrai che non ti fraintendono più! -
Sentendolo dare per scontato il fatto che avrebbe potuto voler fare sesso con qualcuno, Alexandre rovesciò un po’ di birra nel momento in cui gliel’aprì ed il compagno ghignò divertito. Era adorabile quando faceva così!
- Va… va bene, grazie! - Balbettò Alexandre che comunque preferiva parlare di altro anche se era con lui.
Alla fine si sedette anche lui in una poltrona accanto e rivolto al compagno che sorseggiava la sua birra, cominciò andando subito al punto:
- Senti un po’… - Fece vago… - ma tu come fai a scherzare con Zlatan? -
Ad Antonio andò di traverso la birra e questo perché di tutto ciò che avrebbe immaginato volesse parlargli, Zlatan non era certamente contemplato!
Tossì e quasi morì, poi dopo essersi ripreso disse:
- Bè, è risaputo… - Fece poi di nuovo con quella sua aria poco seria di chi la stava per sparare grossa. - Io scherzo con cani e porci! - Poi si corresse spaventato all’idea che Zlatan fosse nascosto da qualche parte lì dentro e lo ascoltasse: - Non che Zlatan sia un cane od un porco, lungi da me dal paragonarlo a quelle pulitissime creature deliziose… al massimo lo paragonerei ad un alligatore… -
Alexandre rise divertito per l’uscita, lo preferiva di gran lunga quando le sparava su qualunque cosa non fosse a sfondo sessuale. Quelle cose lo imbarazzavano ancora.
- Ok, ma anche con lui… non è mica facile riuscirci… insomma, a parte questo vedo anche che ci parli spesso pure al di là del calcio… come fai ad essere suo amico? Come ci sei riuscito? - Era ben preciso quello che il ragazzino voleva sapere e Antonio dopo aver sorriso con ironia pensando un paio di cose che non avrebbe condiviso ad alta voce con lui ma solo col suo fedele compagno di sempre Rino, disse cercando di indirizzarlo seriamente verso ciò che aveva capito puntava:
- E’ inquietante, è vero… capisco che tu fifone come sei ti spaventi, ma non devi… è… per rimanere in tema di cani e porci, è come un cagnone enorme… sai, tipo un alano, quei quadrupedi che sembrano cavalli e che invece sono cani! - Alexandre si figurò l’alano con la faccia di Zlatan e per poco non morì fra le lacrime, Antonio lo lasciò fare per poi continuare con seria convinzione: - non è aggressivo però spaventa perché è enorme e sembra possa saltarti addosso, invece è buono, un classico cane affettuoso e giocherellone come tutti insomma. Però come tutta la sfavillante razza canina, se gli pesti una zampa morde. Non c’è un cane che non reagisca male in quel caso. Capito questo, ti puoi rapportare con lui come vuoi, solo che invece che coccolarti è uno che ti dà calci in culo, ma non è veramente cattivo! Lo disegnano così! - Dopo quell’accozzaglia di paragoni e citazioni a destra e a manca a cui Alex fece fatica a star dietro, capì comunque il senso del lunghissimo discorso e sospirando pensieroso, disse guardando un punto dritto davanti a sé dove si immaginava Zlatan:
- In sostanza non è un pezzo di pane ma nemmeno un sasso! -
Antonio contento che avesse capito, sorrise soddisfatto sentendosi importante per essere lui quell’oggi il confidente del principino.
- Bravo! Puoi rapportarti con lui come vuoi, considera solo che non è uno che addolcisce la pillola per fartela mandare giù, tutto lì. È un po’ duro e diretto… ruvido, insomma, e se gli pestano i famosi piedoni diventa una belva, però al di là di questo è una persona come tutti, che ride se fai battute divertenti e magari ne fa a sua volta se lo stai ad ascoltare! Tutto lì! -
Alexandre per un momento rimase incantato, non certo a guardare il viso poco guardabile del suo amico, ma ad ascoltarlo parlare di Zlatan. Sembrava lo conoscesse bene e soprattutto avesse legato altrettanto bene con lui. Si disse che comunque non era una cosa da tutti, tanto meno facile, e che il barese aveva un certo talento per quel genere di cose, ovvero fare amicizia. L’aveva visto amalgamarsi con chiunque nella squadra dopo il primo giorno di allenamento con loro, perfino con lui che inizialmente era timido con chi non conosceva bene.
Sospirò. Lui era diverso in ogni caso…
- La fai facile tu… per me è così difficile anche solo parlarci che… - Ma lo disse in un modo così smarrito e perso che Antonio per poco non prese il cellulare per fargli una foto, stamparla, ingrandirla e appenderla negli spogliatoi del club! Tutti avrebbero dovuto guardarlo in quel momento.
Poi si rese conto che quella faccia in realtà era tutta per il signor alligatore/alano e le idee che gli erano venute in mente prima si alimentarono di brutto ora. Fu così che si alzò per mettere giù la birra vuota e soffermandosi vicino all’amico gli spettinò i ricci un po’ più lunghi del solito, gli stavano a modo di cesto indomabile ma gli donavano. Tutti adoravano i suoi ricci!
- Dai, su, vedrai che ci riuscirai a legare con lui! -
- E’ che il mister cerca di evitare di metterci insieme perché mi vede intimidito da lui e così il risultato è che anche quando sto bene non gioco quanto vorrei. - Non avrebbe mai ammesso che ogni tanto si sentiva la riserva di Zlatan, però era così. Non sempre ma succedeva.
Antonio tornò a sedersi sul divano e appoggiato coi gomiti alle ginocchia, continuò quel discorso stranamente serio, cancellando ogni vaga traccia di ironia e malizia.
- E’ solo una questione sportiva? Cioè ti impensierisce il non legare con lui per via del calcio? È tutto qua? - Mostrò del vago scetticismo, come se in realtà sapesse meglio di lui la risposta, e Alexandre si strinse nelle spalle di nuovo smarrito. Non sapeva bene…
- Boh… no, penso di no… sai, l’altro giorno avevo una crisi di nervi e non potendomi sfogare fisicamente né chiamare nessuno perché eravate tutti o con problemi più gravi dei miei o comunque impegnati altrove, mi è venuto su di scrivere a lui pensando che magari poteva essere un’occasione per avvicinarci un po’. Ma ero preso da un attacco di panico, penso che sarei entrato nella gabbia dei leoni senza rendermene conto. Gli… - a questo arrossì. - gli ho scritto lo stesso messaggio che ho scritto a te… - Antonio sgranò gli occhi sorpreso ma non lo interruppe. - Lui è venuto veramente, ma io poi mi ero calmato così ero tornato quello timido di sempre. E… bè… c’è… c’è stato… non so, qualcosa che… boh, forse ho avuto le visioni ma mi è sembrato che volesse starmi a sentire, che fosse incuriosito. -
- Ma non ti ha frainteso con quel messaggio? - chiese Antonio sentendosi uno psicanalista esperto.
- Sì, infatti, non è stato spietato come te però mi ha detto che aveva capito altre cose e che l’avevo stupito, per questo era venuto. Era convinto mi fossi bevuto il cervello! - Asserì poi sorridendo alla citazione che aveva fatto Antonio all’inizio. Anch’egli la ricordò e ridacchiò, poi tornando serio lo fece continuare curioso.
- E poi? -
Alexandre sospirò in difficoltà, si sentiva accaldato ricordando l’imbarazzo dell’altro giorno e intenerì Antonio che provò l’irrefrenabile istinto di strizzarselo tutto come un peluche.
- E poi quando mi sono reso conto dell’equivoco, anche se non mi era chiaro di preciso COSA poi avesse pensato, mi sono vergognato come non so cosa e lui ha cercato di tirarmi su. -
Antonio sbattè le mani sulle cosce:
- COSA?! - Quello era shock e l’altro lo guardò stupito della sua reazione a quella notizia.
- Sì, penso che fosse infastidito dalla mia reazione. Mi ha definito principino viziato circondato dai cavalier serventi che penso foste voi compagni di squadra. - Antonio tornò a ghignare, era una cosa da Zlatan. - Ma avevamo stabilito che non era proprio quello che intendeva dire, proprio come me col messaggio, e così ho detto che avevo bisogno di parlare con qualcuno. - Lì il brasiliano strinse gli occhi ricordando il momento preciso e cercando attento di tirare fuori le medesime sensazioni di quello strano momento, proseguì con un Antonio completamente catturato dalla confidenza, estremamente curioso: - Ecco, lì c’è stato… non so, come se volesse ascoltarmi, alla fine. O se fosse curioso di sapere perché avevo scelto lui. Ecco. Forse più che altro questo. -
- E come diavolo è andata, poi? - Chiese ansioso trattenendo il fiato.
- Ah niente, è arrivata Barbara e lui se ne è andato! -
Antonio si stese teatralmente sul divano alzando le gambe e coprendosi il viso gridando.
- MA CHE CAZZO, ALEX! -
Il ragazzo rimase ammutolito a guardare l’amico reagire in modo tanto strano ed innocentemente chiese:
- Che c’è? -
Antonio si rialzò e gattonando a terra lo raggiunse, gli afferrò le gambe e avvicinando il viso al suo si mostrò più seccato e minaccioso che mai:
- Porca puttana, Alex! Ora torni a scrivergli e gli dici esattamente che vuoi finire il discorso dell’altra volta! Ed evita ‘la cosa a casa mia’ se non è scopare ciò che intendi! Quando viene, e fidati che verrà visto come vi siete interrotti, bè, quello sarà il momento di approfondire e scoprirvi esseri umani e non alieni proveniente uno da Marte e l’altro da Venere! - Non aggiunse che era Alexandre quello che secondo lui veniva da Venere e l’altro da Marte. Era superfluo!
Fu talmente perentorio e deciso che Alexandre spaventato da quell’ordine ravvicinato e spaventoso, prese subito il cellulare e glielo scrisse dicendo solamente ‘Ti va due parole da me?’ per essere chiari ed espliciti. Poi messo giù il telefonino tornò a fissare l’amico ancora inginocchiato a due centimetri dal suo viso.
- Perché, scusa? -
Antonio schiacciò allora il viso contro le sue gambe e cominciò a ridere convulsamente convinto che creatura più divertente Dio non l’avesse creata. Ci mise un minuto intero a ridere senza interrompersi ed ogni volta che cercava di smettere, riprendeva.
Alla fine fra le lacrime ed i singhiozzi, riuscì a dire:
- Devi finire il discorso, no? Vuoi legare con lui? Vuoi riuscire a giocare con lui? Vuoi diventargli ‘amico’? -
- Perché dici amico in quel modo? - Chiese svelto sospettoso coi suoi grandi occhi neri che tanto piacevano a tutti.
- Oh cazzo, ad un certo punto della pubertà l’ingenuità si sostituisce con la malizia, cos’è stato che ti ha fatto saltare quel punto, a te? - Esclamò Antonio fra il divertito e l’allucinato…
Domanda legittima!
Alexandre rimase basito non sapendo cosa dire, così l’amico ebbe pietà e prendendogli il viso fra le mani disse serio e deciso:
- Ascoltami bene, Alexandre. Qualunque motivo tu abbia dentro di te per voler legare con Zlatan, questo è il momento di farlo! Avete innescato qualcosa quel giorno e qualunque cosa fosse devi approfondire e capire di cosa si trattasse. E poi, dannazione, parlaci! Digli quello che ti passa per la testa, tutte le tue menate, chi se ne frega! È l’unico modo per legare e conoscere una persona… come pensi che abbia fatto io? Ci ho parlato! Gli ho detto le prime cazzate che mi passavano per la testa e sebbene le mie fossero effettivamente cazzate, tanto è bastato! Non importa di cosa gli parli, fallo! Non è un assassino, al massimo ti manda a cagare e che mai può succedere? Comunque nessuno oserebbe alzare un dito sul principino! -
- Sarei io il principino? - Chiese l’ovvio a cui Antonio non si degnò di rispondere.
- Capito? Fallo per il motivo che vuoi, digli quello che vuoi, ma fallo. Non far cadere l’occasione così, se davvero vuoi legare una volta per tutte con lui. Te lo sei inciso bene nella memoria? -
Il ragazzo seduto sulla poltrona con ancora il viso sorpreso fra le sue mani annuì stranito, poi incerto aggiunse con un filo di voce ed ancora quegli occhi grandi che lo fissavano:
- Ma… ma se mi chiede perché ho chiesto a lui? -
Antonio lo mollò e si alzò, non era una cosa importante quella e sminuendolo con un gesto della mano, prese le sue cose per togliere in fretta il disturbo. Zlatan non ci avrebbe messo molto ad arrivare.
- Ti verrà qualcosa! - Che voleva dire ‘sii sincero’ con un ulteriore sottinteso, ovvero ‘così succederà qualcosa di divertente!’.
Vide poi Alexandre schizzare in piedi di nuovo nel panico.
- Ma tu te ne vai? Non stai con noi? Antonio? - chiese ansioso seguendolo come un furetto impazzito. L’amico si fermò sulla porta prima di andare via, si girò, gli mise una mano sulla spalla, lo guardò e capì che non ci sarebbe stato bisogno di dirgli di riferirgli l’esito dell’incontro che tanto l’avrebbe fatto lo stesso.
Così sorridendo più contento che mai, disse stringendo la presa rassicurante:
- Andrà tutto bene! -
Detto questo, non gli lasciò tempo di dire nulla poiché volò di corsa via da lì, consapevole che ormai sarebbe stato questione di poco prima di veder comparire lo svedese dalla via.
Alexandre rimasto solo sulla porta di casa a guardare il proprio cancello aperto, ancora sotto shock, si chiese vagamente se tutto quello fosse solo un sogno.
Quando vide entrare una macchina ormai familiare, capì che non era per niente un sogno e divenne un autentico fascio di nervi.
A saperne il motivo, magari…
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